Altri pensieri

Viviamo la luce e l’ombra come due forze contrapposte, mentre l’una dà vita all’altra, in senso concreto e metafisico. In realtà viviamo il ‘grigio’, elegante, moderato, a volte mortificante ma capace di abituarci a resistere, e anche di mettersi educatamente da parte per permetterci qualche exploit. Non odiamolo: c’è di peggio.
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#La fissità delle cose

#LA FISSITà DELLE COSE.    (brani pazzi)

Da “LA VITA DELLE COSE” ( di Remo Bodei-Laterza)”…..resta però il sospetto….che la presunta fissità delle cose non sia spontanea, ma rifletta essenzialmente la nostra rigida organizzazione mentale…”

Apro gli occhi. Dagli scuri socchiusi un barlume di luna accende un riflesso sul marmo del tavolino di fronte al letto. Sul momento non lo identifico neanche, non so neppure cosa sia  quel bagliore sospeso nel buio della stanza. Sì, lo so: la stanza è abitata da ‘cose’, oltre che da me. ‘Cose’ che si risvegliano solo quando apro gli occhi e scaccio il velo lattiginoso che mi impedisce di  distinguerne i contorni.

Perché sono oggetti, e forse non ‘sono’ neanche, appaiono semplicemente alla mia coscienza in un miraggio sfocato e se i miei sensi non si destassero del tutto rimarrebbero forme mozzate, senza un contorno preciso e quindi un senso. Io do loro il senso, forse il senso che voglio. Oppure lascio che ritornino a non essere, spente in un buio senza esistenza..

La luna si è fatta intrigante, si allarga sul ripiano inclinato e svela un bordo smussato di legno, una crepa nel marmo..

Non li avevo mai notati: cosa sono quei segni, ferite di una vita anche quelle?

Quella ‘cosa’ che quando scende il buio scompare, non esiste più se non per rinascere al mio sguardo, è forse rimasta sempre lì, a logorarsi con me?

No, sono io che invecchio, e ogni segno devastante su quell’oggetto fantasma sono mie rughe, mie cicatrici. Tu non puoi raccontarmi di tristezze e guerre e torture patite.

Tu vuoi inseguirmi con la tua vecchiezza per controllare  con impertinenza i segni che mi ha lasciato la vita, come se fossero anche i tuoi?

Come osi tanta confidenza?

E forse aspetti spiando la mia fine nella speranza di aver  poi un’altra vita senza di me? In mano altrui? Risvegliarti allo sguardo di uno sconosciuto che poggerà le mani su quelle piaghe legate al mio vissuto, avide eredi estranee.

Tu non andrai!  oltre la mia vita-

“..roba mia, vientene con me…”

Guarda dove va a finire la letteratura!

 

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A Susanna Tartaro

@susannatartaro-

Cara Susanna Tartaro, ti ringrazio di avermi fatto conoscere la storia degli haiku: la loro capacità di cogliere in una sintesi enigmatica e poeticamente efficacissima sensazioni ed emozioni apparentemente distaccate è affascinante  Come è affascinante la tua capacità di accostarli a temi contemporanei. Non so che rozzamente accostarmi alla loro poetica concretezza, ma ci proverò ancora se non ti dispiace. Per ora grazie e un grazie con profondo commosso rispetto ai maestri che ci hai fatto conoscere.

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Solitudine

  • Sono qui, seduta su una panca e guardo passare le nuvole.
  • Non faccio nulla, loro non mi guardano.
  • Non faccio nulla e guardo.
  • E’ un mestiere guardare?
  • No, non tolgo lavoro a nessuno.
  • Non faccio nulla e forse non ho mai fatto nulla,
  • ho solo guardato, non solo le nuvole.
  • Ho guardato passare.
  • Le auto in coda, perché tanta fretta?
  • I pedoni fermarsi per guardare l’ora. E ‘ tardi?
  • E’ l’ora normale, quella che deve essere.
  • Un urlo rompe il silenzio.
  • E’ accaduto qualcosa, ma non per me.
  • Le nuvole continuano a scavalcarsi come fumi di fuochi lontani.
  • Io sono qui- e guardo quel lontano che non si avvicina mai.
  • La gente dirada, poi scompare.
  • Passa un vigile, e lui mi guarda- lo vedo esitare poi riprende la sua strada.
  • Era per me? E’ peccato guardare?
  • Forse era un prete, di notte non si distinguono gli abiti.
  • Anche le nubi sono ingrigite in un cumulo stanco.
  • Tutto è fermo. Anche le luna.
  • E’ la sua ombra che sfiora la mia panca?
  • La guardo mentre si allunga lentamente come se volesse prendere il mio posto.
  • Perché, che differenza fa?
  • Io guardo solo, che le importa?
  • Nulla naturalmente.
  • Ora cade sull’erba come un petalo bianco.
  • Qualcuno la raccoglierà: non si deve sporcare il prato.
  • Ma io no, io guardo.
  • Forse qualcuno raccoglierà anche me, per pulire il giardino.

 

  • ( non sono io che firmo, ma una piccolissima parte di me)
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Guerriero in sogno

#guerriero in sogno-

Non sono un guerriero, il mio campo di battaglia è il sogno. Qui ho imparato a vincere molte paure e forse anche a crescere.

Sognando da bambina le favole che mi raccontavano ( ma forse in parte create dalla mia mente) combattevo le mie reali paure reali contro i mostri della notte, presenti principalmente nella figura dell’Orco, terribile anche quando ormai più gli credevo.

Provo ancora oggi il sollievo della vittoria quando sono riuscita a sconfiggerlo contestandogli nel sogno stesso la sua esistenza. Ero cresciuta. Ma il sogno ha continuato a propormi tenebrose ombre rivestendo le mie incertezze di insidie quali serpenti aggrovigliati sul mio cammino. E lucidamente ho inventato il volo per superare la marea strisciante sotto di me. Così ho combattuto il vuoto che si apriva davanti a me, ed era in realtà ciò che della vita non riuscivo a capire. Una maschera.

Poco alla volta i mostri sono scomparsi, ma nel sogno continuavano a farmi tremare immagini come la strada perduta, la casa mia irraggiungibile, l’inarrestabile svanire delle cose amiche.

Sì, ho combattuto il dolore e la paura della vita a metà col sogno, e non si vince mai, neppure quando si fanno cadere i mostri: i mostri li avremo accanto a noi, sempre, ma forse potremo combatterli meglio quando comprenderemo che possiamo un poco placarli togliendo loro la maschera.

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Inutilità della bellezza

E ‘ forse l’inutilità la specificità determinante della bellezza? Il fatto che a ciò che giudichiamo bello non possiamo attribuire un particolare fine. Libertà assoluta? Nessuna costrizione a un profitto o a un dovere?
O questa è l’arte? Ma non verrebbe a coincidere con il caos, la mancanza di regole? Ma chi stabilisce che cosa sia il caos, il disordine: non potrebbe esso dipendere da un diverso concetto di ordine fuori dalle nostre leggi metriche? O logiche?
Il logos acquisisce senso nella mente dell’uomo, perché è lui che ne detta le regole.
L’inutilità della bellezza, come dell’arte, é qualcosa che ci solleva dal meccanismo della natura evolutiva.

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Al confine della siepe

Una scia di fragilissimi paletti -quasi un ideogramma- incide il biancore di una collina innevata salendo incerta verso la cima lontana; più che recingere indica la direzione su una linea diagonale che dilunga lo sguardo fin là dove sparisce alla curva del cielo (“ Recinto sul pendio di una collina”-T.H. Giappone 2002). Barriere fragili come nella foto “Resti di un molo” (Sussex 1990) dove pochi pali residui di qualcosa che si è perduto si ergono fra acqua e nebbia.
Pochi, ma senza questa leggere presenze materiali lo spazio non esisterebbe, perché senza le cose lo spazio è nulla. A volte sono piccoli sassi o alberi sottili, quasi rifilati a penna (memoria dello stile giapponese?), sperduti in un immenso campo di neve a dare la coscienza dello spazio che si dilata oltre. E sono sempre loro, nella loro esiguità, a indicare che c’è qualcosa che non viene raccontato, cosicché il finito si fa metafora dell’infinito.
Con questi segni Kenna si appropria di un territorio sottraendolo all’indefinito. Lo ritaglia penetrando nel suo essere concreto. Ma per farlo deve distaccarsene, mettersi fuori campo, scomparire. Divenire l’occhio della macchina fotografica: se non compare alcuna parte del tuo corpo nella scena, neppure la tua ombra, ti estendi a ciò che vedi, sei tutt’uno con la visione. Il corpo vero (presenza-assenza dell’uomo) diviene la funzionalità dell’occhio della macchina che scruta i segreti della notte, del moto lento delle cose, del nascere del giorno, del diffondersi della luce e del tempo.
Nell’epoca in cui l’arte sembra esplodere nello spazio attingendo a tutte le moderne tecnologie per coinvolgere quanto più campo possibile, in uno scenario multisensoriale che avvolge anche lo spettatore, Michal Kenna tiene a dominare tempo e spazio sulle due dimensioni della foto .
“La luce del mattino è soffusa. Può ridurre uno sfondo disordinato in diversi piani di toni bidimensionali.“(Wraparound 2003)
L’azione non è impersonale perché nello sguardo che si fa ‘meccanica’ coglie lo spazio che si costituisce nelle cose e lo conosce. Solo se non vi si getta la propria ombra ci si può illudere di conoscerlo, di studiarne la forma. O meglio la molteplicità delle cose che giacciono nel suo grembo, quel suo ridursi da possibilità cosmica ad immagine alla portata della limitata definizione dei nostri occhi: un terreno geometricamente divisibile.
Inglese, nato a Widnes nel 1953, Michael Kenna, ormai americano d’adozione, è uno dei maestri internazionali della fotografia di paesaggio. Il suo lavoro è stato esposto in numerose gallerie pubbliche e private in Asia, Australia, Europa Stati Uniti ed è incluso nelle collezioni permanenti di note istituzioni, tra cui la National Gallery di Washington. Nel 2000 Kenna è stato insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere da Ministero della Cultura francese.
Per la mostra a Palazzo Magnani di Reggio Emilia (2010) Sandro Parmiggiani, curatore del bellissimo catalogo, ha voluto il titolo, Immagini del Settimo Giorno, che induce a una riflessione sull’ l’intenso lavoro presentato dell’artista: 290 fotografie di paesaggio in bianco e nero, che ripercorrono l’iter creativo del maestro inglese dagli anni settanta ad oggi.
Le immagini di K. sono insieme “un’apparizione e una rivelazione” perché ci mostrano anche ciò che già conosciamo in altra luce, ce le fa riscoprire: dai grandi scenari impervi della nostra terra, alle città popolate di luci (ma non di uomini), alle lontane civiltà scomparse riscattate oggi da una memoria purificatrice che giunge anche ai campi di sterminio nazisti, a cui l’artista ha voluto offrire una propria testimonianza perchè Impossible to Forget..
Kenna viaggia per tutto il mondo cercando al di sotto delle apparenze i segni e le analogie nascoste che meglio rispondono a una sua visione interiore, a una curiosità appassionata e pronta all’incanto, che è insieme sensibilità al bello e profonda riflessione mistica. Questo lo porta a studiare con molta attenzione il cammino che deve percorrere per impossessarsi dell’oggetto da fotografare, a osservarlo più volte a tempi e luci diverse quasi per coglierne l’anima prima di osare di afferrarne la presenza. “Non sono un fotografo paparazzo. Non corro fuori in un paesaggio, scatto una foto e poi corro via di nuovo. Mi piace conoscere un albero, da vicino. Passo spesso molto tempo girando attorno all’albero, cercando di conoscerlo. In un certo senso parlo all’albero. Provo a essere molto rispettoso e mi piace tornare allo stesso albero due anni dopo, o cinque, o tanto spesso quanto mi è possibile (Artworks 2007)
La scelta del bianco e nero è intimamente coerente: stimola la concentrazione, offrendo possibilità di infinite sfumature nei due toni senza la frantumazione dei colori. Una geometria morbida e lineare insieme, senza divagazioni inessenziali. Le linee e la luce conducono con intenzione ma senza durezza, preferibilmente lungo un tracciato diagonale, fino a ciò che non si può varcare: l’ignoto, forse il vuoto.
Così quando guardiamo Omaggio ad HCB(Francia 1993), un viale che si spinge avanti per essere inghiottito dalla foschia, noi subiamo lo smarrimento che oltre non ci sia più strada, più alcun passaggio percorribile. Paura non della nebbia, che fa parte della nostra vita, non di quello che potrebbe esserci alla curva, ma di quello che potrebbe non esserci: per cui la caduta nel nulla. E’ la malinconia della finitezza, ma anche la speranza: la nebbia è un punto interrogativo che non nega e non lede la bellezza del nostro mondo.
In “Riflesso di bosco ceduo” (Ca’Vendramin, Taglio di Po -Rovigo -2007) l’armonia di sfumature digradanti ormai trapassa dal luogo reale a una visione sospesa in un immaginario che rifiuta ogni definizione temporale e locale. Lo specchio d’acqua duplicando terra e bosco aumenta lo sconcerto nel discernere l’immagine dal riflesso: vediamo realmente la realtà? Tutto qui ha varcato ormai la soglia dello spazio concreto per irretirsi nella possibilità del sempre e ovunque che caratterizza una concezione cosmica del mondo. In molte immagini di K è visibile questo passaggio: da una sensazione di profonda ed intima familiarità con un luogo, ad una astrazione spirituale che ne fa una metafora e lo avvolge nella cosmicità del tempo.
La scelta del bianco e nero potenzia il fascino delle mezze luci, delle ore del declino o dell’inizio del giorno: un crinale che sfiora il mistero del farsi. La luce non è sempre in funzione dell’ora, per lo più agisce per dare forza spirituale a una parte o a un soggetto preminente nella foto.
Così nelle magiche geometrie della serie di foto riprese in più tempi dei parchi francesi, come “Sopra l’abbeveratoio” (Marly- Francia 1996), in cui le file degli alberi potati in forme piramidali sfilano senza più coscienza vegetale come sogni della mente. Nella foto segnalata, al centro, isolato
e imponente per la luce che lo potenzia nel contrasto, la forza e la solitudine dell’IO, che ha preso possesso di uno spicchio terreno per farne una eco che col suo manto d’ombra regale risuona fuori dal limite naturale. Ma forse il trapasso più magico dal reale all’astratto si scopre nella serie di foto delle inquietanti forme conico-trapezoidali della centrale elettrica di Ratcliffe, dove potenti forme geometriche morbidamente avvolte in luci velate da nebbia o da smog (tecnicamente elaborato), smussate dalla rotondità delle ciminiere su cui scivola prodigiosamente un continuo fluttuare di ombre, sembrano vibrare in uno spazio e un tempo perenne.
La geometria, apparentemente la più concreta delle scienze, diviene per Kenna un mezzo per contenere nelle due dimensioni della foto quel tempo e quello spazio che sfuggono alla vista ma non ai sensi dell’uomo, la tensione a un infinito cosmico che è paura mistero ma anche desiderio e speranza.
Forse più legate alla concretezza della materia potrebbero apparire le foto di città come Hong Cong (profilo di Hong Cong notte- studio 1 Cina 2006) o il Grattacielo della Crysler (studio 1 USA 2000). Ma l’attenzione dei tagli delle zone di colore, tutte gradazioni dal nero al grigio, l’uso a volte folgorante, a volte discretissimo della luce, riporta ad una idea di astrazione.
Così nella foto del Grattacielo della Crysler, lo stacco netto degli edifici in primo piano, scurissimi,
esalta l’edificio più lontano, perfettamente profilato nella cupola a punta. Uno stacco di una evidenza quasi pubblicitaria, (benché Kenna di rado lavori per pubblicitari,) ma che comunque richiama ancora una volta certe tendenze astratte della pittura.
La solitudine con cui si pone Kenna in rapporto esclusivo coi suoi paesaggi (non permettendo ad altri di parteciparvi) lo caratterizzano per una ricerca continua di identificazione con le sue visioni creative; in lui, intimo abitatore invisibile di un mondo ricreato, ridefinito nella complessa elaborazione della camera oscura, gioca anche una malinconia pacata, mai disperata, capace di sollevare con tenerezza il tema della solitudine e del mistero delle linee sfuggenti che si perdono all’orizzonte. La sua nebbia, le luci lunari in cui la realtà pare a volte dissolversi, le notti cittadine, coi grattacieli sfavillanti per tante piccole luci che si rispecchiano in acque assonnate, sfavillanti ma prive di gente, disegnano un mondo terreno ritagliato con amore incantato ed esclusivo da una realtà le cui dimensioni si inseriscono nello spazio terreno ma vengono percepite come richiami a ciò che sconfina, senza più dimensioni, oltre la ‘siepe’.

Luciana Ricci Aliotta

 

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Che dimensione ha il buio? – Articolo da Con-Fine

Usi a misurare lo spazio ad occhio, istintivamente, senza consapevolezza, ci sembra naturale la disinvoltura con cui ci muoviamo in esso. Immediata è infatti la percezione di ‘vicino‘e ‘lontano’, e pure immediata la sensazione di fastidio o turbamento se qualcuno o qualcosa invade quella che possiamo definire la nostra sfera di intimità: uno spazio attorno a noi entro cui si esprime la nostra gestualità e che in qualche modo ci difende dall’estraneo regolando i contatti con gli altri.
Edward Hall, l’antropologo che ha coniato il termine prossemica (-La dimensione nascosta-Garden City,N.Y. Doubleday 1966), ha elaborato una teoria comunemente accettata che considera l’uomo dentro una bolla di spazio che stabilisce la sua territorialità, estendendo il proprio raggio a seconda dei rapporti amicali sociali politici e la provenienza etnica.
Ma come può percepire lo spazio, un cieco? Quali limiti può mettere alle distanze?
L’occhio vedente misura la distanza secondo la prospettiva della visione, ma al buio manca ogni regola prospettica in cui prendano senso ‘vicino’ e ‘lontano’.
La bolla vitale in cui vive Evgen Bavcar, facendo perno in lui, si estende fuori all’infinito o rimane legata alla sensibilità del suo corpo?
Evgen Bavčar è nato in Slovenia, a Lokavec, nel 1946. All’età di dodici anni, dopo due diversi incidenti, ha perduto completamente la vista.
Laureato in filosofia a Lubiana, ha ottenuto il dottorato alla Sorbona con una tesi sull’estetica di Adorno e Bloch, e ha iniziato a lavorare al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi.
Scrittore e artista attivissimo è oggi uno dei fotografi più richiesti d’Europa.
Un uomo, B, che non intende minimamente ghettizzarsi per la sua menomazione, e difende la propria dimensione umana portando con orgoglio in mezzo agli uomini la sua diversità, con la volontà di vincerne i limiti recitando la parte di un personaggio solido e concreto, sempre visibilmente riconoscibile anche per alcuni caratteristici aspetti del vestiario: il cappello nero, la sciarpa rossa e gli occhiali trasparenti. Coerente in questo con l’arguzia e l’ironia con cui si compiace di discutere cogli amici di dipinti o dei colori dei loro abiti.
Un modo per riaffermare la propria individualità e potersi recepire anche dentro la visione degli altri. La sua propensione sociale è evidente anche nell’ interesse per i linguaggi. Parla sei lingue e muovendosi fra la Slovenia e Parigi tiene molte conferenze e seminari di carattere politico-sociale.
Esule dalla patria e dalla luce, Bavcar non si arrende: già all’inizio della cecità cerca con lo scatto di una foto di recuperare l’immagine della ragazza che ama (di qui la sciarpa rossa che porta sempre in suo ricordo). E così tenterà ostinatamente di recuperare attraverso una fotografia fortemente emozionale ed evocativa la terra e il mondo che ha perduto.
“ …Io vivo il buio come uno spazio, e in esso creo l’utopia” (dall’articolo del Corriere della sera per la sua mostra Nostalgia della luce – Palazzo Bagatti-Valsecchi- Milano 1995)
Il buio diventa lo sfondo su cui proiettare esperienze e metafore umane, una notte da sondare perchè pur sempre dal buio nasce la luce, e là si intersecano visibile e invisibile. E dall’ombra dell’invisibile, come dalle brevi folgorazioni di una memoria frammentaria ricca più di emozioni suoni odori che di ambienti concreti, B. trae le sue immagini.
‘Tutti hanno diritto all’immagine’ afferma: l’immagine è dentro di noi, è il desiderio del suo apparire, ed esiste anche nel buio della vista, così come esiste una cecità in chi vede.
Mistero per lui, questo buio che lo avvolge, e mistero per noi che ci accorgiamo dalle sue foto che la nostra chiarezza è spesso presunzione e ci nasconde l’ oscurità che celiamo dentro.
Viviamo in un mondo che ci offre immagini già confezionate, e spesso con una carica prestabilita di sensi che ci toglie la fatica dell’indagine.
La fotografia di B. è più un linguaggio concettuale, forse pittorico, che una rappresentazione del reale. Il visibile è assai limitativo, afferma, di questo non si rendono conto i vedenti, che molto spesso non colgono il non visibile delle cose alla luce del sole. Dovrebbero invece percepirne l’ambiguità, ciò che il terzo occhio, il corpo con la mente e i suoi diversi sensi, scorge in un’onda sfumata d’insieme.
L’idea parte dalla sua mente e si sviluppa sulla foto, in bianco e nero, per una successione di azioni che producono sconcertanti opere in cui la memoria il caso l’intervento di mezzi tecnici e di collaboratori contribuiscono a dare un fascino misterioso.
La sua tecnica, infatti, si avvale necessariamente non solo di moderni strumenti tecnologici come l’autofocus, luci portatili per controllare tutti i parametri visivi, ma anche dell’assistenza attenta di collaboratori che gli descrivano ciò che vedono, seguono le sue istruzioni per porre le luci e descriverne l’effetto, ed eseguono le sue indicazioni per la stampa.
Ma in modo particolare è il corpo di B. che agisce (vedi mostra al Pav:Parco d’Arte vivente di Torino del 2011: Il corpo che guarda): le braccia che si allungano a misurare le distanze verso l’oggetto fino a toccarlo, a sfiorarlo con gusto quasi sensuale di possesso. La mano infatti, compare molto frequentemente nelle sue immagini: mani come lampi di luce bianca che scolpiscono l’oggetto, spesso il corpo di una donna, (uomini no perché fanno il male: le guerre), in un tocco che ripetendosi ne percorre il corpo come una carezza, o accentuano il distacco dall’ombra quasi scolpendola. Il tatto reale o illusorio parte da una sensazione mentale e impronta la pellicola a volte come un colpo di spatola, a volte come le piume di un’ala. Piume che divengono uccelli o angeli alati trattenuti nel volo da un cancello o una barriera che imprigiona.
Odori e rumori lo aiutano a ritrovare la materia, come il campanellino che scandisce la corsa su un prato in pendio di Veronica, la sua nipotina, nel bianco di un abito mosso dal vento.
Un soffio di misticismo emana da certi paesaggi che affiorano dalle tenebre della notte nel ricordo offuscato della sua terra e quasi una preghiera è la sua mano sulla statua di una Madonna, forse ritrovata dall’infanzia.
Così nascono anche stupende scene notturne, in cui la luce a stralci ci apre una strada misteriosa fra tronchi e fronde ritagliate in una notte più fonda delle nostre, che la ragnatela dei sensi lega alla memoria.
Foto a volte mosse o sfocate, ma proprio questa rarefazione dell’immagine, il bianco sfarfallante su un fondo oscuro, quasi nero, le mani che, ripetendosi nella stessa foto, quasi uno scorrere che tocca-vede, fanno di lui un artista estremamente personale che riscatta nella creazione artistica il suo mondo perduto..
La sua mente è un continuo ricostruire attraverso il ricordo e attribuire un senso e forse una forma all’oggetto esperito durante il contatto. Una ricostruzione necessariamente fluida e sempre a rischio di dispersione in cui le distanze si annullano e tutto è di nuovo dentro di lui.
Le incisioni sulle foto, le scritte sovrapposte, i segni indecifrabili segreti, forse magici sono pure indicazioni del desiderio del possesso, del volere riportare a sé, alla sua sfera intima ciò che ritrae.
Per questo ancor più importante imprimere sulla foto il proprio marchio, un segno, un graffio, una scritta, una impronta decifrabile solo da lui che la renda incontestabilmente sua.
Opera sua, comunque originale, anche se la forma esatta gli sfuggirà sempre.
Ma è veramente la forma esatta il senso della cosa? O non il cumulo di sensazioni e idee che la volontà e il desiderio ha costruito?
Anche per noi vedenti questo spazio, ingannevolmente nostro, pieno di cose che sfuggendo ad ogni battito di ciglia si rifugiano in una visione-memoria interiore spesso manchevole e incerta è misterioso. Forse la vera bolla vitale nostra è anch’essa più dentro che fuori, più che uno spazio geometrico, un affido lacunoso alla memoria, più concettuale che reale, visto che la nostra conoscenza diretta del mondo è in fondo una serie di immagini soggettive che la nostra mente e la nostra memoria ci ripropone ad ogni risveglio.

Luciana Ricci Aliotta

 

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Il mio povero fiore – dalla rivista Con-Fine

“Nel tronco di un albero/ una ragazza incise il suo nome con gioia/ e l’albero si piegò su se stesso/ lasciando sbocciare un fiore per la ragazza/ Io sono l’albero/ commosso e triste/ tu sei la ragazza che ha ferito il mio tronco/ faccio sempre la guardia al tuo adorato nome/ e a ciò che hai combinato col mio povero fiore.”(antica canzone cubana)

In un’epoca in cui tutto si mercifica e il tempo sembra travolgerci in una corsa al consumo in cui neppure l’arte si salva, massacrata spesso da una cosmesi mistificante, Cecilia Paredes ci offre un respiro odoroso di muschio e di libertà.
Peruviana, Cecilia Paredes è stata presentata in Italia dall’Istituto Italo Latino Americano, in collaborazione con la Galleria Michela Rizzo, quando alla biennale di Venezia del 2005 l’artista rappresentò il Costa Rica nel Padiglione dell’America Latina. Sono seguite altre mostre in Italia a Venezia (2006) a Treviso(2008) e a Roma(2009).
Molto conosciuta nell’America Latina e negli Usa dove è presente con molte sue opere, la Paredes vive dividendosi fra Philadelphia e San Josè, nel Costa Rica.
Le sue opere si presentano in forma di istallazioni e performances. Di queste viene poi eseguita una registrazione fotografica in cui l’anima centrale permane la sua capacità metamorfica di assimilarsi al paesaggio naturale e alle sue creature.
L’allestimento delle performances richiede una complessa ritualità: la scelta dello sfondo o meglio della scena, un ambiente in cui spesso esplode una natura quasi selvaggia (sovente del Costa Rica) e immerso, quasi fuso in questa natura, il corpo virescente dell’artista.
“Mi copro e mi converto, mi trasformo, mi avvolgo e divento pesce, volpe, alga, ramo, polpo e anche ala. Insisto solamente nell’essere ancora una volta quella creatura che fui prima, quando vissi a Punta Negra” dice l’artista.
Nel recitare la parte assunta, Cecilia, dopo una lunga operazione di trucco, ricorre ad una identificazione così intima che si può dire che sempre interpreti se stessa, o meglio quella se stessa degli impulsi, dei desideri delle passioni femminili troppo a lungo represse che ricevono libertà dalla sua fantasia. Non solo fantasia nel suo ideare questi percorsi ‘in una dimensione fra il sogno e la veglia’ (come scrive la sua presentatrice Rosetta Gozzini), ma anche una decisa volontà di affermazione del diritto del sogno ad appartenere alla realtà:
“Questo processo è molto simile alla recitazione, si deve veramente entrare nel carattere. Una volta che la performance e la registrazione fotografica sono terminate, permane in me un senso molto particolare che mi accompagna tutto il giorno e poi durante il sonno. Rivedere questo insieme di lavori mi fa riflettere su una certa vulnerabilità. In una prospettiva di esistenza universale scelgo il punto di vista della natura e pertanto mi preoccupo. Rimarrò qui come l’uomo uccello (Birdman), vigilante ma anche in ammirazione della quiete dei boschi solitari in un giorno gelato”.
Non sogno svagato, quindi, ma piena consapevolezza: è chiaro dalle sue parole il persistere della sua reale identità, la memoria che si porta dietro come ombra-radice da non rinnegare e una malinconica percezione della fragilità di questo suo mondo amato che forse sta già smarrendosi.
In un’aura tutta ricreata fra una realtà ancora presente e la forza della sua immaginazione, Cecilia può divenire liberamente ora folletto, ora uccello, ora creatura dell’acqua (Skin Deep). O inventare forme nuove (Gnome ) e in qualunque spoglia si presenti sentiamo che respira e traspira con l’ambiente, nelle sue fronde o nella pelle delle sue creature (Skin of Others).
Anche quando lo sfondo diviene un ampio manto di lino fiorato in cui si avvolge immergendosi quasi a scomparire, il corpo dipinto degli stessi disegni del tessuto, è la natura che cerca, la sua fusione con lei: in lei come grembo materno ma assaporandone il contatto fisico con piacere sensuale.
La seconda parte della sua arte, non di minore importanza, è la fotografia presa dalla performance. Sono spesso Foto di grande formato stampate su carta fotografica e montate su alluminio.
Non potendo valersi del movimento né della profondità dei piani se non indirettamente, riassumere il senso della rappresentazione richiede una grande abilità. Cecilia fa da regia, seleziona il gesto, estende la visione all’ambiente in cui si trasfonde l’immagine centrale infondendole una intensità di spiccata singolarità e purezza.
“L’essenza della fotografia è di rappresentare la realtà come é, quindi queste opere fanno esattamente il contrario dato che io presento delle immagini che si basano su comunioni immaginarie.”
Una condivisione della natura, del mondo, se prendiamo come metafora il suo sogno, in lei sensitivamente reale.
Il tempo si smussa, perde gli aculei con cui ci tortura con l’affanno di non cogliere l’ora o con la paura della fine, si distende in una sinfonia di toni variabili sempre tesi a nuove metamorfosi come se la vita non cessasse mai di offrire stupore. Il vero stupore, quello dell’uomo-fanciullo, alla sua nascita. Lo stupore che arricchisce, che si nutre di creatività, che ci permette di rinascere e riaffermare la vita ad ogni istante diversa. E risveglia quella capacità di percepire il meraviglioso che è nell’intimo di ogni uomo quando coglie nel silenzio la grandiosità di fiorire in armonia con le cose che abita e che lo abitano.
E’ la possibilità di vivere il tempo attraverso la molteplicità delle forme che confluendo l’una nell’altra non lasciano spazio al vuoto, al nulla, alla fine. Non c’è morte infatti nella ricerca di Cecilia Paderes. E’ lei a vivere per prima il suo teatro, a cercare i gesti, la materia, i travestimenti che vuol vivere. Se si fa rana la ritroviamo appena uscita dall’acqua del torrente, pronta al salto, con la pelle zigrinata e le dita sfilate, tutto il corpo racchiuso come un guscio, e certo prova in bocca il sapore del muschio bagnato mentre sfugge la luce troppo intensa per la sua pelle viscosa. Se si fa pesce presta la spina dorsale a una lisca diramata mentre attende in bilico di rituffarsi nel grembo della antica madre. Se si fa uccello si veste di piume colorate per liberarsi del peso umano e soffre l’impotenza del salto con il viso di un clawn.
Esaltazione della libertà e desiderio di essere tutto. Un desiderio femminile da secoli mortificato che rivendica il diritto di liberarsi della costrizione di ogni forma per essere infine ciò che il proprio essere, i propri istinti, chiedono da tanto tempo sottraendosi alle codificazioni esterne.
Non è un gioco il suo, e se è una commedia è una commedia seria, una spinta alla partecipazione della vita in comunione non solo con gli uomini, anzi a volte si ha l’impressione che trovi proprio nel regno più selvatico e silenzioso della natura la propria essenza. Ma il suo gioco, la sua scena, il suo teatro è proprio rivolto all’uomo, a ricordargli che cosa sta perdendo avvelenando e reprimendo la sua stessa più profonda vitalità, misconoscendo il significato del termine ‘ambiente’, che è per Cecilia amore e condivisione.
Proviamo a ritrovare gli umori della pianta che piange il suo midollo, il sapore dell’ombra umida del bosco, la sensazione della pelle degli altri, delle altre creature tutte.
Hai avvertito a volte, vedendo uno sconosciuto spremersi in bocca un limone, un brivido sulla pelle percependo pure tu l’agro di quel frutto sulla lingua? In quel momento sei accomunato a lui, quello che guardi sei tu, come quando senti camminare una formica sul tuo braccio e capisci che sei tu quel fremito lieve della pelle che non penetra nelle tue vene eppure è più vero delle vene che non senti, sei tu anche in lei. Sei tu con loro, con le cose, con le altre creature. Sei tu che le animi e vivi con loro e loro con te.
Non siamo soli. E’ anche questo che vuol dirci Cecilia, e che possiamo sentire di più, essere più liberi se comprendiamo di essere parte di ciò che ci circonda. E in questo modo rivaluta tutte le parti più umili del mondo che noi spesso oltraggiamo, assai meglio di chi oggi o per coscienza o per moda cerca il riscatto di tutto ciò che consumiamo impiegando i nostri rifiuti come materiale d’arte.
In certe sue piccole opere Cecilia sa pure intrecciare e tessere forme incantevoli con umili elementi naturali, come in: “Tessitura Naturale”, 2008, un sottilissimo velo di conchiglie marine, tagliate e assemblate col filo; “I Figli di Tritone”, 2008, vestitini di corallo ;“Il Volo”, 2008, vestitini di vere piume di Pavone, Fagiano e Gallina di Guinea quasi iridescenti alla luce. E trine vegetali che assumano forme di manti, ricami preziosi che volano come ali di farfalla: la leggerezza della libertà. La libertà è nella nostra mente, e Cecilia non fa che sceneggiare con simboli molto femminili la volontà, il desiderio intimo di rivoluzionare i ruoli, e non solo della donna.
L’ambiguità della parola ambiente, che sembra voler distaccare l’uomo da ciò che lo circonda, in lei viene volutamente a cadere, la dicotomia uomo-natura svapora in un clima vivace ma morbido, femminilmente amoroso teso a costruire l’armonia perduta da tempo dall’uomo (ma forse mai avuta).
Non che Cecilia pensi che la felicità sia nel ritorno alla selvaggia natura dei primordi della vita. I suoi scenari sono sogni molto lontani dalla realtà. Ma forse di questo lei è consapevolissima, sostiene tuttavia il diritto di conquistare spazio per i propri sogni, poiché anche questi sono realtà, e troppo repressi uccidono l‘anima.
La Paredes sente il pericolo di un mondo incapace di accogliere ciò che ha accanto, e quanto più si rende conto del degrado di cui è colpevole l’uomo, tanto più le sue opere vanno assumendo toni più drammatici come nella serie “Natura urbana”, in cui il colore rosato si fa rosso e scorre lungo il corpo dell’artista intrecciandosi in rivoli di sangue con le ramificazioni vegetali.
Rimane la persistente fusione con la natura, ma con più vive note di sofferenza, perché l’ambiente corrotto non può non coinvolgere l’uomo. Non possiamo scinderci dall’ambiente che costruiamo: ce lo portiamo addosso.
Luciana Ricci Aliotta

 

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L’ombra dietro di noi

L’ombra dietro di noi-di Luciana Ricci Aliotta
Se ci volgiamo a guardare dietro di noi, allargando la visione dal villaggio di Spoon River alle grandi civiltà del passato, viene spontaneo chiederci: dove sono ora Babilonia, Aristotele, la Roma dei Cesari? Le esperienze che abbiamo attraversato, le cose che abbiamo amato, le persone che abbiamo conosciuto: tutto finito scomparso nel nulla?
O in qualche modo come Edgar Lee Masters ha saputo, in una malinconica sintesi, ridare vita agli abitanti del villaggio attraverso le lapidi del cimitero sulla collina, anche noi che viviamo ora possiamo rinvenire qualcosa fra le rovine? Quello che si imporrebbe non è una ricerca archeologica di cui è ricca la nostra storia, né la documentazione che potremmo ritrovare in archivi musei e biblioteche, ma chiederci se qualcosa di tutto ciò che ha vissuto ci tocca ancora personalmente, è vivo nel nostro presente.
E ci accorgeremmo così che tutto ciò che nel passato gli uomini hanno fatto pensato ideato con i loro trionfi e smarrimenti ha lasciato dentro di noi segni senza i quali non potremmo essere oggi quelli che siamo. Se pure non ci ricordassimo cosa è stata Roma, nel nostro pensare e agire rimarremmo in parte condizionati dal suo essere stata.
Ma non ne abbiamo una consapevolezza costante.
Quello che viviamo oggi, infatti, non è tanto la continuità della storia quanto l’isolamento del presente, come se sostassimo attimo per attimo su piccoli isolotti deserti da abbordare uno alla volta, istante per istante. Un presente privo di punti di riferimento di cui soffriamo la caducità e l’inconsistenza nell’insicurezza di un futuro significativo.
Quasi sull’orlo del nulla, senza certezze né prima né dopo di noi, come il saltimbanco di Enrico Benaglia cerchiamo un equilibrio miracoloso che anche per un solo momento ci dia l’illusione della stabilità, della presenza.
Ma tutto si fa cenere. Tracce che con Maria Elisabetta Novello, giovane artista vicentina, perdono il loro carattere anonimo nel gesto che le raccoglie delicatamente legandole alle proprie personali memorie e richiamando il sapore di preziosi lavori antichi, come ricami casalinghi o tappeti in cui il gioco della trama si fa preghiera nell’enigmatico schema del mandala.
Maria Elisabetta Novello infatti predilige come materia per le sue opere fra scultura e pittura la cenere. Cenere dispersa nell’aria o lavorata in fragilissimi ricami; oppure racchiusa in piccoli contenitori di plastica trasparente a formare mosaici e tappeti di tenui colori.
O anche libera in teche trasparenti in cui l’onda di superficie configura labili e indefinibili paesaggi.
Cenere spenta? Qualche dubbio rimane, perché questo passato nella presentazione rispettosa e quasi amorevole della Novello, pur nella sua impalpabile sostanza, qualcosa afferma.
Arte intima, volta all’interno nei recessi del silenzio e dell’invisibile, la sua; ne è espressione significativa anche la scelta dei titoli di molte sue mostre: Scrivere il silenzio – Sull’invisibile- Livelli di grigio)
La mostra che si tiene a Roma dal 10 maggio al 3 giugno all’Arte Contemporanea di Erica Fiorentini prende il titolo di Una stanza tutta per sé, ricavato da un saggio di Virginia Wolf. Un saggio in cui la Wolf percorrendo la storia della cultura fino ai suoi giorni mette in luce come la . Un saggio in cui la Wolf percorrendo la storia della cultura fino ai suoi giorni mette in luce come la donna sia sempre stata repressa nelle sue peculiarità femminili, particolarmente nelle ambizioni artistiche. Ma anche nella famiglia, per cui la stanza solo per sé rappresenta la rivendicazione di un angolo della casa in cui essere se stessa.
Il titolo della mostra romana indica nell’artista questa stessa volontà di affrancamento, per uno spazio da gestire liberamente con la sua femminile personalità, nella scelta delle sue opere ma soprattutto del loro linguaggio.
L’artista cerca infatti un sommesso segno alfabetico che possa dar voce a ciò che non ha quasi più voce, e non intacchi la vulnerabilità del racconto. Perché un racconto è, il suo, nel cercare la comunicazione con gli altri e ancor più nel richiamarli ad una la partecipazione.
“ Io sono qui” dice l’artista (Milano 25 marzo 2010 ) esortando i ragazzi della scuola elementare Felice Casati a passare sulle lettere di cenere che tracciano quella frase a terra. E’ l’invito a un incontro, a farsi avanti e scompaginare quei segni. Lei è lì, in quella scritta che è il passato, ma che, indicandolo, qualifica come presente. Invita a farsi avanti, perché solo così può avvenire l’incontro, ogni viaggio di conoscenza verso se stessi e l’altro: consumando ciò che è stato e trascinandolo nel presente in un’onda che sfocerà nel futuro.
Partecipazione degli spettatori alle sue performance aveva già chiesto la Novello nel 2008 ( Udine-Livelli di Grigio) quando un video mostrava l’artista intenta a cancellare la sua stessa opera faticosamente composta in un ricamo raffinato nella forma del mandala.
Altrove da una proiezione l’osservatore assisteva a una danza della cenere mossa dalle vibrazione di un subwofer, percependo contemporaneamente il respiro registrato dell’artista.
La dispersione dell’opera, nello spirito del mandala, non è che l’adempimento del suo fine:
la conclusione di un viaggio alla ricerca della propria essenza che si conclude, nella dissoluzione, con la liberazione dalle fatiche e dagli errori commessi sotto le illusioni maya giungendo alla maturità della coscienza.
La dispersione della cenere non è quindi distruzione della materia, ma dissoluzione nell’eterna trasformazione del tutto.
Lezione sulla precarietà del presente ma anche sulla necessità di riconoscere gli altri in questo dramma di accettazione necessaria, unico modo perché dalla conoscenza, dalla consapevolezza sia permesso non disperdere completamente ciò che queste ceneri contengono di civiltà esperienze fatiche errori e passioni.
Trascinarle nella memoria consapevoli della continua trasformazione della materia e di noi stessi, costretti a vivere l’istante solo per grazia dell’istante passato che pur tendiamo a dimenticare.
Con triste dolcezza, con amarezza a volte sfrangiata dalla eleganza del segno, il passato diviene vera presenza in queste onoranze funebri, stimolo ad una accettazione globale che coinvolge tutta l’azione umana confluita in un presente che pure diverrà cenere, ma rimarrà sempre testimone incontestabile che contrasta il nulla.
Elisabetta tuttavia è sempre una voce occidentale, benché sensibile al misticismo orientale, vicina alla spiritualità del tao. Il suo attraversamento del tempo non può non rinnovare la pena e la nostalgia per la nuova perdita. Le memorie in lei fioriscono come ricami intrecciati con infinita perizia e compenetrazione concettuale da esperienze personali, anche se assumono sembianze astratte, e vogliono essere salvate anche per quel che sono, riluttanti alla dissoluzione per una atemporalità che ci sfugge malgrado i nostri sforzi di evocarla.
Il mandala è divenuto la stanza tutta per lei, una stanza tutta femminile, in cui meglio può esprimersi e raccogliere ciò che non vuol perdere del suo vissuto sofferto amato.
C’è molto affetto ancora nei suoi sussurri intimi, nella malinconia dei grigi con tenere sfumature, quasi mai con tagli netti di contrasto.
Nella stanza in penombra un riflesso lunare fissa alle pareti queste delicatissime trame volatili e impalpabili; impermanenti anche se fissate a vetrini o protette da plexiglas: tutto è impermanente, ma in queste figure evanescenti il riflesso del passato riceve un nuovo alito di vita inserendosi non solo nella memoria ma nella nostra coscienza etica e sociale.
E’ tutta la nostra vita quel sussurro a mezza luce che trova spazio nelle trine di cenere, il momento che era, divenuto momento che è.
Ma ciò che è stato si avvolge di un’ ombra che si proietta anche verso il nostro futuro, portandoci via ogni progettazione, se non abbiamo il coraggio di accettare il senso della vita come impegno ora per ora alla qualificazione di noi stessi, quasi a tessere minuto per minuto l’intreccio di un mandala che porti a conoscerci a fondo nei nostri rapporti con gli altri.
Ma perchè così poco ci piace questo presente? Pur così breve non sappiamo come riempirlo.
Perché non ha senso infatti vivere discontinuamente, attimo per attimo. Ogni attimo deve legarsi all’altro per permettere un ponte verso il futuro.
Troppo spesso la nostalgia del passato si trasforma in un lamento rancoroso o romantico.
Attimo per attimo portiamo avanti la nostra coscienza nella sola continuità che ci è permessa trascinando consapevoli la grande ombra che si allunga dietro ciò che facciamo.
Forse questo vuole dire Elisabetta. Dando valore al passato, alla memoria senza lasciarcene imprigionare, possiamo continuare un viaggio che deve essere improntato sempre più alla consapevolezza di noi e degli altri. Diamo valore al passato non solo con la memoria, ma dando valore agli istanti che viviamo. Tracciamo così ponti che non permettano il formarsi di baratri fra istante ed istante.
E allora il suo racconto più che della morte ci parlerà della vita

Luciana Ricci Aliotta

 

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