Malinconia

 

Fiori appena appassiti profumano ancora.

Sottile la nebbia uccide i pensieri:dita che sfiorano il nulla quasi per gioco.

Ascolto senza capire voci lontane.

 

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VIVERE L’ATTUALITA’

Vivere l’attualità non è vivere il fatto del giorno, essere al corrente di ciò  che è il ‘tuo tempo’ (come si dice) e accade ora, neppure allargando l’orizzonte geograficamente. Vivere l’attualità significa essere se stessi interamente nel momento in cui si vive, con tutto ciò che ci ha portato ad essere quello che siamo. Più la nostra identità è conscia di come ci siamo costruiti attraverso il tempo e il tempo dei nostri padri e le civiltà dei nostri avi, potremo essere ‘attuali’ (moderni). Naturalmente di tutto il passato non possiamo essere consapevoli dettagliatamente, ma consapevoli di averlo dentro di noi sì. Che agisce al presente nel nostro credere e nel nostro fare. Sommerso ma ancora pulsante dentro il nostro DNA.

Senza questa consapevolezza galleggeremmo sul vuoto pronti a boccheggiare e  a non fare che scelte superficiali.

E non potremmo certo godere i sussurri, i richiami che scorrono fra mare e cielo, di voci e canti che dal passato ci raggiungono indorando di miti presenti e passati la nostra terra.

 

 

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La perfezione è una malattia

La simmetria matematica in una progressione sempre più complessa sembra rendere ragione di tutta l’evoluzione, l’unico linguaggio che possa tradurre la natura e il cosmo. Eppure è proprio l’imperfezione lo stimolo che conduce in avanti il nostro pensiero. La perfezione è una stasi, il mondo si muove per una dialettica di contrasti. Perfino nell’arte abbiamo bisogno dello scarto, dell’errore senza il quale non ci sarebbe originalità, ma un’unica sola splendida forma immobile più ancora del marmo. Forse per questo gli dei hanno scelto di imporre il tempo, il consumo, la morte. Senza di questa, infatti, saremmo un quadro di belle statuine ferme per l’eternità (o meglio non ci sarebbe la vita).

 

 

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Riflessioni instabili-Aura

 
21 maggio nei pressi di Bologna · Modificato

AURA (riflessioni su un pensiero di CARLO SINI)
Esiste il -punto-?
Esiste il segno del punto, ma il punto no come concretezza, perché non ha dimensioni né spaziali né temporali.
Se taglio una torta in due avrò concretamente due mezze torte, ma non ‘il taglio’ come cosa esistente, traccia esistente di per sé, senza riferirmi alle due mezze torte.
Il taglio ha generato una trasformazione come gesto, è un evento collocato nel tempo e nello spazio ma senza realtà concreta in sé, se non si percepiscono le sue conseguenze sulla realtà.
Quindi, in che senso è reale? Nei suoi effetti, una trasformazione dell’essere, traccia invisibile di una mia o sua volontà, o perfino del caso.
Ma quando non è più nella mia mente mantiene il suo stato aereo? Nulla di ciò che avviene nel tempo può essere che non sia mai accaduto, la traccia che ha avuto effetti materiali (materiali anche se mentali) mantiene la sua forma tacita e invisibile, e così le tracce di trasformazione nel nostro essere, nel nostro io, nella nostra identità. Anche perduta nella memoria soggettiva tutto ciò che accade in noi intreccia una forma di segni geometrici invisibili e immateriali. Una forma segreta di segni sempre più complessi, indici di continue trasformazioni, che non potrà cancellarsi mai. Un’aura che ha inciso l’energia che ci circonda o il nulla in cui siamo immersi, e che persiste oltre il tempo del nostro corpo.
Non è anima, non è memoria: è l’impronta del nostro esistere con l’incisione di tutte le nostre trasformazioni. Convergenza di tutti i segni di cosa siamo stati e di cosa abbiamo provato. La nostra aura, forse percepibile, più facilmente no. Ma sappiamo che esiste. Ed è fuori della morte.(riflessioni instabili)

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Al margine della via- canto di un Papago da”Sai che gli alberi parlano?”

Una pietra splendente a lato del sentiero.

Così piccola-eppure così bella!

Io la raccolsi. Era così bella!

Io la misi di nuovo al duo posto

e andai avanti.

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Perchè vivi

Apri gli occhi,
guarda la vita:
è quel barlume che scivola fra due nubi,
il rumore del ramo secco che si spezza al vento,
il brusco frenare di una moto,
il lembo di carta stracciato per terra,
la polvere che vola sui tetti.
Non ti aspettare altro:
ogni piccola cosa ha il suo miracolo.
Perché vivi.
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Le cose che non importano- una signora di età media

 

 

LE COSE CHE NON IMPORTANO

 

Una signora di età media, corporatura robusta, con una giacca pesante che certo ha vissuto primavere migliori: aspetta l’autobus presso una colonna in via  Dei Mille, un po’ discosta dal gruppo di persone in attesa.

Mi trovo sull’autobus fermo a un semaforo vicino. I miei occhi cadono su di lei per un suo gesto familiare: ha estratto un fazzoletto e se lo porta alla bocca per bagnarlo di saliva, poi prende a strofinare con aria assorta un punto del bavero della giacca. Sicuramente non è cosciente della gente che poco discosta attende il bus, tutta la sua attenzione punta un po’ imbronciata su quella macchia che io non vedo ma che certo lei ha scoperto poco fa..

E’ certo accaduto anche a voi: vi accorgete di esservi sporcati per un gesto impacciato,  e chi non è mai ricorso a un po’ di saliva mancando di acqua vicina?

La sua ostinata applicazione l’ha chiusa in una bolla di intimità che la isola completamente, e proprio quella bolla blocca la mia attenzione. Spingo lo sguardo come una mano che possa scuoterla e impedire quel suo negarmi. Ma so che la distanza è colossale, insuperabile. Lei non è nel mio mondo: questa sua concentrazione è di un’ intimità che mi viene preclusa nello stesso momento  in cui entra nella mia coscienza. Lei, assorta, non chiedendo nulla agli altri li costringe ad una estraneità che rende peccaminosa la mia testimonianza e forse indecorosa. La visione che io ho del suo gesto ripetuto, mi è, nell’intimo dei suoi pensieri, completamente preclusa, il mio ‘io’ negato non solo dal suo mondo ma per un attimo da tutto il mondo degli altri ‘io’. Non è mai stata così forte la percezione dell’assoluta privatezza dell’io, come in questo momento.

No, lei non alza gli occhi, come vorrei, per salvarmi. E io rimango perduta  sull’autobus che parte lasciandomi il mondo alle spalle.

 

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La maschera e il nudo

 

LA MASCHERA E IL NUDO

Il nudo è un travestimento o la rinuncia ad una divisa? L’abito  viene a far parte di noi, ci rappresenta. Ci condiziona perfino nel linguaggio.

Anche la nudità può divenire maschera, esca, inganno.  Ma nel senso profondamente umano della fragilità del nudo l’abito diviene corazza, carapace. Il pudore cela il mistero della nostra intimità.

Solo la perfezione del corpo non ha pudore, ma anche qui il trucco cerca le pose più estetiche, ingannevoli.

Per questo la bellezza tradisce: cela l’essenza. Perché proprio nell’impaccio e nello squilibrio si rivela qualcosa di intimo e a volte profondamente drammatico non per il difetto ma per la vergogna e la riluttanza nel mostrarsi.

L’abito parla, può sostituire in parte il linguaggio del corpo: esprimere passione, paura, prestigio. Com’ è evidente nell’arte giapponese.

Anche senza il nostro corpo mantiene una sua identità vincolandoci ai nostri ricordi in grucce cadenti come spettri privi di carne, simili a primitivi feticci.

Chi è più sincero, il nudo o la maschera che indossiamo? Noi siamo l’uno e l’altro contemporaneamente, e la maschera è una necessità come le pieghe del nostro viso, quelle che più cerchiamo di nascondere malgrado siano le più vicine alla verità.

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Pensieri da qualche parte

 

Gli amici, gli affetti terreni non sono che fittizi accorgimenti, anche se terribilmente cari, per coprire l’unicità della nostra situazione.

Siamo soli, soli fuori e dentro di noi.

Ciò che è esterno ci tocca appena, si fa confidente per qualche illusione carpita a fatica ma poi ridiviene estraneo al primo ripensamento.

Amo l’altro da me, ma è sempre altro, pronto a svanire o, nel migliore dei casi, a dimostrarsi diverso, alieno.

 

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#oggihaiku

#oggihaiku Renzi:conti a posto per i nostri figli -Rondine di sera:non so cosa farò- in avvenire (Issa 1763-1827)

 

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