La ricerca infinita

LA RICERCA INFINITA.

“…..una civiltà senza possibilità di trascendenza- che Nietzsche chiama  mysterium tremendum dell’uomo, e sulla quale un Heidegger prova (con molte riserve) a riflettere-, una civiltà dove non si possa più dire come fece Wittgenstein:” Se avessi potuto, avrei dedicato le mie indagini filosofiche a Dio”, una civiltà che avesse perso queste possibilità per me sarebbe, effettivamente, in grave pericolo.” ( da intervista a  George Steiner La passione per l’assoluto- pag 97)

 

E’ chiaro che il Dio di cui si parla non è una ‘persona’, ma il senso della vita, la ricerca di un principio ordinatore dell’Universo oltre la visione fisica. La metafisica  risponde a profonde esigenze umane, indagando oltre quella realtà  che non riesce ad appagare l’uomo, costretto da ombre d’incertezza, a costruirsi delle sue personali verità.

Quando però il dubbio su queste costruzioni si dissolve, perde la libertà con cui ha affrontato i perché del vivere, e rischia di cadere nell’intolleranza, non solo negando possibile ogni altra verità, ma, in non pochi casi, considerandosi in obbligo  di imporre la propria  agli altri.

Relazionandosi  a Husserl (fenomenologia), ad  Heidegger (ontologia), a molte altre fonti filosofiche  e soprattutto al pensiero Bhuddista, il prof. Franco Bertossa costruisce un affascinate cammino di ricerca, partendo dalla domanda fondamentale che tutti ci troviamo a fare  e che in modo splendido il prof. Bertossa ha configurato  nella bella pagina postata da Emanuele  Sartori che è possibile ritrovare su facebook in cui  un bambino osservando una notte stellata, preso dallo stupore di quella bellezza chiede “perché c’è”.

Perché c’è qualcosa invece che niente.

Domanda fondamentale che prima o poi ci poniamo tutti e che ci conduce alla certezza dell’esistenza di chi dubita  o si interroga ( memoria cartesiana).

Si è di fronte allo stupore di un ente che è totale alterità rispetto al niente. Un ente la cui essenza  non dipende da nulla ed è pura certezza d’essere.

Tutto quello che viene pensato fatto sognato è entro questa totalità dell’essere. Non c’è alcun ponte fra l’essere e il niente, l’essere  e altro, perché altro non c’è: nel momento in cui  credo esistente  ‘altro’, un niente, questo pensiero della mia mente rientra nel Tutto che  solo esiste e che non può avere contrapposizioni.

Ciò che si trova quindi in questo contenitore, non prende  ragione d’essere, destino, valore da nulla. Non ha alcun fine e nessuno, dio o caso, l’ha costruito se non nei nostri sogni.

Pura vacuità, parvenze di una realtà fantasma.

 

A questo punto vorrei porre una parentesi: potrei immaginare un’altra totalità esistente con differente logica, differente pensiero e regole, cioè un Ente tutto diverso, sconosciuto? So che nel momento che lo immagino questo Ente viene a far parte del mio pensiero,  e per questo rientrerà  nella totalità che mi comprende. Ma potrà ritenersi una prova della non esistenza di altri Enti? O di un principio regolatore esterno? No. si può dire che a queste condizioni non può interessare, non avendo alcun carattere esplicito di esistenza. Proverebbe che non potremmo mai saperne nulla, ma non la sua Inesistenza

Un’altra breve parentesi per notare che perfino la religione cattolica (ma così molte altre) tende oggi a considerare Dio  entro l’Universo stesso, e non più fuori.

Chiuse queste parentesi ritorno al punto sospeso.

Cosa sono io, cos’è ciò che è?

“…l’essere non può avere una ragione né una derivazione ma è assolutamente e assurdamente esistente….”(Franco Bertossa)

La consapevolezza di essere invece di niente, diviene l’essenza più profonda della coscienza. Non coscienza di qualcosa, ma coscienza di sé, del proprio esistere.. ‘esserci’. Ognuno di noi è.

Essente invece che niente. Unica certezza che sfugge alla vacuità.

Una stranezza che ci butta nell’assurdo, nella sofferenza, nell’angoscia.

La bruciante consapevolezza  della vacuità dell’essere, delle sofferenze  delle  esperienze,  di tutto ciò che è contenuto nella vita dovrebbe  f porre fine alla sofferenza.

Ciò che ci colpisce  maggiormente scrive Bertossa è  il soffrire di soffrire, la impossibilità della compiutezza  del ciclo della vita che rimane sospeso, il Buddhismo non riguarda tanto la cessazione dell’esistenza, quanto il nostro rapporto illusorio con essa.

Per questo in Oriente “….si dice che è per questo che ri-nasciamo e ri-moriamo, che ci riaffacciamo in un ciclo che si reitera da sé”

Non escludo che ci siano persone che giungano attraverso difficili percorsi di ascetismo  a uno stato di quiete illuminata capace di convertire il disagio in un senso di placata compiutezza che non ha più bisogno di domande e risposte.

Ma l’uomo comune è in cerca di una giustificazione, carnale e spirituale insieme, più razionale.

Sì la vacuità, il mistero  del perché di questo esserci non può essere risolto.

Ma la vita si sperimenta inevitabilmente e già dalle prime domande del bambino ciò che chiede l’uomo, che ogni creatura esperisce è il desiderio. Difficilmente la coscienza della vacuità lo spegne.

Spontaneo il desiderio dà consistenza e valore alla vacuità delle illusioni.

L’angoscia, le domande inevase aumentano sofferenza e insoddisfazione, ma l’impulso a cercare , e sperimentare sul vivo della carne credo sia più forte, e sia sentito come valore della vita malgrado tutto. Quale la verità? Anche accertata, la vacuità aumenta la pena ma non sconfigge quasi mai l’impulso della vita che è ‘desiderio. Desiderio a cui ognuno di noi  di volta in volta dà un nome o un volto diverso. Desiderio di dare un senso al vuoto della vita col proprio operare, col proprio fare. Cosicché l’inutilità dell’essere prenda valore dalla nostra volontà di costruirci un destino, pesante e assurdo come sarà ma qualificante almeno per la creatura strana, assurda, che pare si trovi ‘lì’, in quell’unico posto esistente per nulla.  Svuotare quel senso del nulla con un agire mentale e pratico di cui si assume la responsabilità,  forse come unico giudice. La stranezza, il vuoto perderà parte della sua assurdità se l’uomo riuscirà  a costruirsi lui dei valori a cui dar credito per vantaggio di tutte le creature , animate e no, che popolano via via questo luogo di smarrimento che è l’esserci.

. Ma il senso dato dall’uomo normale non sarà mai di compiutezza, e sempre sentirà pesare questa ricerca sulle sue spalle. E l’eroismo della accettazione cosciente sarà l’unico trionfo di cui potrà vantarsi.

 

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