L’arte questa sconosciuta

L’ARTE  QUESTA SCONOSCIUTA

A volte è un punto sospeso su un piano bianco che lo ingloba come unica cosa esistente; a volte un drammatico incontro di onde sonore e macchie discordanti. Ma può essere un ritratto di uomo o un lembo di natura, una rievocazione storica, gli effetti dipinti di un’onda sonora, o un quadro vivente, e tanto ancora. E non potrebbe essere pure una equazione? Un dispositivo che riassuma con perfetta qualità matematica fenomeni del nostro Universo?

O il processo stesso di una creazione che non vuole chiusura.

Tu lo sai quando qualcosa si muove dentro di te: senza capire subito, avverti una pressione al petto: un dito che te lo tocca lievemente e a volte lo fa spasimare. Ti manca l’aria e devi respirare profondamente alla ricerca della connessione con l’opera che ti ha colpito con la sua improvvisa presenza.

Può essere anche lo sviluppo di affreschi remoti che ti impongono un lungo cammino per inserirti  in loro, prima cogliendo l’umano complesso senso delle immagini, quindi i preziosi dettagli con l’ansia che ti sfugga l’apertura di quel nuovo discorso (perché il discorso in quel momento è nuovo anche se antico).

Qualcosa tu lo rifiuti, perché non ti suggerisce nulla, (magari puoi ritrovarne una voce  migliore ritornandoci sopra in seguito). Ma spesso lo rifiuti come una lingua straniera che non conosci e che non ti incuriosisce  al punto da studiarla, o perché ti offende come concetto o forma.

Ma perché opere così diverse, connesse a diverse filosofie, possono condurti ad eguali emozioni? Risvegliare in te consensi che non credevi possibili?

Diverse le opere diverse le emozioni, ma sempre qualcosa, una parola che era mancante, di colpo per un’ analogia segreta della tua mente  ti apre nuove porte.

Opere semplici di forma o complesse ci parlano in tante lingue o al cuore, con le sue emozioni, o alla mente. Perché anche la mente oltre che di logica vive di emozioni.

Senza entrare nella qualità degli autori (diversissimi per qualità e profondità) non è la stagione della loro composizione che può trovare il nostro consenso, quanto l’interpretazione della nostra lettura, la profonda attenzione che dobbiamo applicare per cogliere tutto ciò che ci è offerto. L’Arte parla infatti, e a volte violentemente, con moltissimi linguaggi non completamente condivisibili: la nostra traduzione  sarà sempre imperfetta, si tratti di artisti del passato o della nostra età. Ogni lingua appartiene a chi la usa, gli altri ne sono solo interpreti, e solo l’appartenenza alla stessa natura umana ci permette di avvicinarci ad una imprecisa comprensione.

E non è la bellezza il nesso di connessione fra tutti i modi dell’arte, ammesso si possa capire in assoluto cosa è bello, ( non dovremmo infatti dire anche della bellezza ‘questa sconosciuta’?).

Ma l’incanto che entra in noi al suo contatto, incanto che è estasi e pensiero

Si schiude una porta verso il senso della vita, Senso non inteso come linea logica, seppur questa vi sia compresa, ma come fonte da cui scaturiscono continui impulsi, percezioni illuminanti. Una sensibilità volta a percepire con la mente e coi sensi che ci rende parte dello straordinario e strano, quasi straniero moto del fantasma dell’arte. Moto perché non è mai un essere, uno stare, ma un mutare, un commuoversi che non sarà mai la soddisfazione del sapere, ma la sorpresa di sentirci di quel moto piccoli o grandi attori, sia nel fare che nel contemplare. Sarà sofferenza, perché sentire è soffrire, ma il Senso è proprio un vortice di sofferenza amara e dolce, in cui siamo coinvolti profondamente nel palpito della vita che ci condanna a capire anche la nostra morte e il dolore di tutto ciò che esiste anche se splende di luce. Il senso di cui parlo offre coscienza ai limiti delle singole identità, è una bocca spalancata che si offre inesausta non per capire tutto ma per permetterci di godere e soffrire delle vene che fanno pulsare la vita.

Luciana Ricci Aliotta- Bologna 28 febbraio 2015

 

This entry was posted in Nessuna. Bookmark the permalink.

Rispondi