Che dimensioni ha il buio?

Usi a misurare lo spazio ad occhio, istintivamente, senza consapevolezza, ci sembra naturale la disinvoltura con cui ci muoviamo in esso. Immediata è infatti la percezione di ‘vicino‘e ‘lontano’, e pure immediata la sensazione di fastidio o turbamento se qualcuno o qualcosa invade quella che possiamo definire la nostra sfera di intimità: uno spazio attorno a noi entro cui si esprime la nostra gestualità e che in qualche modo ci difende dall’estraneo regolando i contatti con gli altri.
Edward Hall, l’antropologo che ha coniato il termine prossemica (-La dimensione nascosta-Garden City,N.Y. Doubleday 1966), ha elaborato una teoria comunemente accettata che considera l’uomo dentro una bolla di spazio che stabilisce la sua territorialità, estendendo il proprio raggio a seconda dei rapporti amicali sociali politici e la provenienza etnica.
Ma come può percepire lo spazio, un cieco? Quali limiti può mettere alle distanze?
L’occhio vedente misura la distanza secondo la prospettiva della visione, ma al buio manca ogni regola prospettica in cui prendano senso ‘vicino’ e ‘lontano’.
La bolla vitale in cui vive Evgen Bavcar, facendo perno in lui, si estende fuori all’infinito o rimane legata alla sensibilità del suo corpo?

Evgen Bavčar è nato in Slovenia, a Lokavec, nel 1946. All’età di dodici anni, dopo due diversi incidenti, ha perduto completamente la vista.
Laureato in filosofia a Lubiana, ha ottenuto il dottorato alla Sorbona con una tesi sull’estetica di Adorno e Bloch, e ha iniziato a lavorare al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi.
Scrittore e artista attivissimo è oggi uno dei fotografi più richiesti d’Europa.

Un uomo, B, che non intende minimamente ghettizzarsi per la sua menomazione, e difende la propria dimensione umana portando con orgoglio in mezzo agli uomini la sua diversità, con la volontà di vincerne i limiti recitando la parte di un personaggio solido e concreto, sempre visibilmente riconoscibile anche per alcuni caratteristici aspetti del vestiario: il cappello nero, la sciarpa rossa e gli occhiali trasparenti. Coerente in questo con l’arguzia e l’ironia con cui si compiace di discutere cogli amici di dipinti o dei colori dei loro abiti.
Un modo per riaffermare la propria individualità e potersi recepire anche dentro la visione degli altri. La sua propensione sociale è evidente anche nell’ interesse per i linguaggi. Parla sei lingue e muovendosi fra la Slovenia e Parigi tiene molte conferenze e seminari di carattere politico-sociale.
Esule dalla patria e dalla luce, Bavcar non si arrende: già all’inizio della cecità cerca con lo scatto di una foto di recuperare l’immagine della ragazza che ama (di qui la sciarpa rossa che porta sempre in suo ricordo). E così tenterà ostinatamente di recuperare attraverso una fotografia fortemente emozionale ed evocativa la terra e il mondo che ha perduto.
“ …Io vivo il buio come uno spazio, e in esso creo l’utopia” (dall’articolo del Corriere della sera per la sua mostra Nostalgia della luce – Palazzo Bagatti-Valsecchi- Milano 1995)
Ir.. il buio diventa lo sfondo su cui proiettare esperienze e metafore umane, una notte da sondare perchè pur sempre dal buio nasce la luce, e là si intersecano visibile e invisibile. E dall’ombra dell’invisibile, come dalle brevi folgorazioni di una memoria frammentaria ricca più di emozioni suoni odori che di ambienti concreti, B. trae le sue immagini.
‘Tutti hanno diritto all’immagine’ afferma: l’immagine è dentro di noi, è il desiderio del suo apparire, ed esiste anche nel buio della vista, così come esiste una cecità in chi vede.
Mistero per lui, questo buio che lo avvolge, e mistero per noi che ci accorgiamo dalle sue foto che la nostra chiarezza è spesso presunzione e ci nasconde l’ oscurità che celiamo dentro.
Viviamo in un mondo che ci offre immagini già confezionate, e spesso con una carica prestabilita di sensi che ci toglie la fatica dell’indagine.
La fotografia di B. è più un linguaggio concettuale, forse pittorico, che una rappresentazione del reale. Il visibile è assai limitativo, afferma, di questo non si rendono conto i vedenti, che molto spesso non colgono il non visibile delle cose alla luce del sole. Dovrebbero invece percepirne l’ambiguità, ciò che il terzo occhio, il corpo con la mente e i suoi diversi sensi, scorge in un’onda sfumata d’insieme.
L’idea parte dalla sua mente e si sviluppa sulla foto, in bianco e nero, per una successione di azioni che producono sconcertanti opere in cui la memoria il caso l’intervento di mezzi tecnici e di collaboratori contribuiscono a dare un fascino misterioso.
La sua tecnica, infatti, si avvale necessariamente non solo di moderni strumenti tecnologici come l’autofocus, luci portatili per controllare tutti i parametri visivi, ma anche dell’assistenza attenta di collaboratori che gli descrivano ciò che vedono, seguono le sue istruzioni per porre le luci e descriverne l’effetto, ed eseguono le sue indicazioni per la stampa.
Ma in modo particolare è il corpo di B. che agisce (vedi mostra al Pav:Parco d’Arte vivente di Torino del 2011: Il corpo che guarda): le braccia che si allungano a misurare le distanze verso l’oggetto fino a toccarlo, a sfiorarlo con gusto quasi sensuale di possesso. La mano infatti, compare molto frequentemente nelle sue immagini: mani come lampi di luce bianca che scolpiscono l’oggetto, spesso il corpo di una donna, (uomini no perché fanno il male: le guerre), in un tocco che ripetendosi ne percorre il corpo come una carezza, o accentuano il distacco dall’ombra quasi scolpendola. Il tatto reale o illusorio parte da una sensazione mentale e impronta la pellicola a volte come un colpo di spatola, a volte come le piume di un’ala. Piume che divengono uccelli o angeli alati trattenuti nel volo da un cancello o una barriera che imprigiona.
Odori e rumori lo aiutano a ritrovare la materia, come il campanellino che scandisce la corsa su un prato in pendio di Veronica, la sua nipotina, nel bianco di un abito mosso dal vento.
Un soffio di misticismo emana da certi paesaggi che affiorano dalle tenebre della notte nel ricordo offuscato della sua terra e quasi una preghiera è la sua mano sulla statua di una Madonna, forse ritrovata dall’infanzia.
Così nascono anche stupende scene notturne, in cui la luce a stralci ci apre una strada misteriosa fra tronchi e fronde ritagliate in una notte più fonda delle nostre, che la ragnatela dei sensi lega alla memoria.
Foto a volte mosse o sfocate, ma proprio questa rarefazione dell’immagine, il bianco sfarfallante su un fondo oscuro, quasi nero, le mani che, ripetendosi nella stessa foto, quasi uno scorrere che tocca-vede, fanno di lui un artista estremamente personale che riscatta nella creazione artistica il suo mondo perduto..
La sua mente è un continuo ricostruire attraverso il ricordo e attribuire un senso e forse una forma all’oggetto esperito durante il contatto. Una ricostruzione necessariamente fluida e sempre a rischio di dispersione in cui le distanze si annullano e tutto è di nuovo dentro di lui.
Le incisioni sulle foto, le scritte sovrapposte, i segni indecifrabili segreti, forse magici sono pure indicazioni del desiderio del possesso, del volere riportare a sé, alla sua sfera intima ciò che ritrae.
Per questo ancor più importante imprimere sulla foto il proprio marchio, un segno, un graffio, una scritta, una impronta decifrabile solo da lui che la renda incontestabilmente sua.
Opera sua, comunque originale, anche se la forma esatta gli sfuggirà sempre.
Ma è veramente la forma esatta il senso della cosa? O non il cumulo di sensazioni e idee che la volontà e il desiderio ha costruito?
Anche per noi vedenti questo spazio, ingannevolmente nostro, pieno di cose che sfuggendo ad ogni battito di ciglia si rifugiano in una visione-memoria interiore spesso manchevole e incerta è misterioso. Forse la vera bolla vitale nostra è anch’essa più dentro che fuori, più che uno spazio geometrico, un affido lacunoso alla memoria, più concettuale che reale, visto che la nostra conoscenza diretta del mondo è in fondo una serie di immagini soggettive che la nostra mente e la nostra memoria ci ripropone ad ogni risveglio.

Luciana Ricci Aliotta

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