Riflessi negli occhi della tigre.

L’età dell’oro, il paradiso perduto, come mito o come memoria personale, è profondamente radicato in noi, quasi un archetipo a cui ci richiamiamo con nostalgia attribuendo a una lontananza in realtà fuori dal tempo il motivo della sua vaghezza. Forse vogliamo convincerci che la felicità, la bellezza, la bontà possano esistere nella loro compiutezza platonica.
Anziché far morire il sogno in una nebbiosa lontananza, spesso lo richiamiamo nella penosa realtà del presente trasformato in un giardino incantato in cui trovare il piacere di contemplare liberamente senza soffrire. Giardini in cui erbe e fiori prendano vita più dai nostri sogni che dalle nostre esperienze. Come nascevano dalle mani del Doganiere Rousseau, capace di sovrapporre ai ricami delle foglie raccolte per boschi e prati, forme vegetali di un lussureggiante esotismo riprese, a volte, dal libro Il mondo prima della creazione dell’uomo di Camille Flammarion, per cui non ci stupisce trovare accanto alla domestica violetta araucarie ed equiseti giganti.
Sottovalutato e spesso deriso, Rousseau perseguiva il suo sogno di un mondo libero in una natura stupendamente sbagliata, (Artieri, 1969, pag.6) collocata quasi sotto una campana di vetro dove ogni colore splende di una sua nitidezza senza ombre, in una luminosità che si espande dall’interno e si sviluppa in un gioco che esclude la prospettiva per rendere tutto contemporaneo; così la fantasia può ricreare il clima di un presente che si intreccia senza strepito o dissidio con qualsiasi spazio temporale e geografico, perché in realtà quel sole rosso o quella luna pallida che non emettono luce e non percorrono mai il cielo sono forme di colore sospese su un mondo che non aspira ad alcuna concretezza, ma crea se stesso per il proprio piacere. Ingenuo eppure innovativo, a un primo contatto visivo questo suo mondo affastellato di trame sovrapposte può suscitare un senso di fastidio per un sospetto di falsità, ma il suo gioco è molto serio (anche se a volte ironico) mentre distorce senza quasi saperlo le regole dei pittori contemporanei anticipando nella simultaneità il cubismo e nella stesura del colore Matisse e i Fauves. Nel ‘Sogno’, in un giardino tropicale incantato, occhi di belve e fiori giganti si aprono innocenti e sgranati su un paradiso senza insidie, e nessuna sorpresa desta la stravagante audacia di un divano Luigi Filippo (l’oggi) su cui è distesa una donna nuda, nuova Eva che indica con significativa malizia, seminascosto fra le fronde, un suonatore di flauto nero: la tentazione insinuante e allusiva che si esprime con un richiamo musicale ai sensi. Non un richiamo alla ragione, non è il serpente del paradiso terrestre che offre la sapienza. Questo è un paradiso eterno, dove l’occhio della tigre o del leone non farà mai paura perchè privo di ferocia ma anche di pensiero, come gli stessi fiori del giardino. Solo a prima vista questo mondo appare caotico: il meraviglioso non è fuori dell’ordine razionale e l’attenzione alla partitura di colori a campiture piatte, il dominio che Rousseau esercita sempre nel disporre il suo sogno, lo dimostrano. Anche questo giardino incantato assolve il suo compito di piacere attraverso l’inganno della lontananza. Non è memoria di un tempo passato ma di un sogno che ci distacca dal quotidiano vivente, consapevoli che in quel giardino non entreremo mai se non per un momento di giocoso piacere. Là non si è neppure innocenti, perché manca la colpa.
Perfino nel dipinto Guerra, dove il cavallo nero fugge fra le forme rosate dei morti e delle nubi, non si respira una vera consapevolezza del dolore. Manca il senso della perdita, potentemente connesso alla visione dell’età dell’oro.
Esiodo colloca l’età dell’oro nell’era di Cronos, ma Prometeo, ecco la colpa, con il furto del fuoco provoca la caduta dell’uomo. Il peccato non è certo rubare agli dei, ma carpirne la conoscenza, loro privilegio. Sempre valicare le colonne d’Ercole è grave colpa, e la condanna si appesantisce della consapevolezza di aver peccato.
Il Paradiso terrestre presenta un giardino molto simile all’età dell’oro: bellezza bontà felicità ancora una volta coincidono. E la colpa dell’uomo ne cagiona la perdita.
Genesi: «…Dio vide tutto ciò che aveva fatto, ed ecco, era molto buono. E fu sera e fu mattino: il sesto giorno».
Ma qui comincia la vita, con la tentazione e il peccato. Il mondo creato è buono, ma prima che tutto cominci ad accadere, a vivere. La vita richiede scelte continue, e cos’è una scelta se non l’opzione fra un bene giudicato maggiore e uno minore? La tentazione è dunque questo cercare di sapere, di distinguere quello che è più bene o meno male. E che altro significa vivere? Forse specchiarci negli occhi della tigre e scorgervi riflessi noi stessi, agire cioè per necessità e non per coscienza?
Per donare la vita all’uomo Dio non poteva non mettere la tentazione nel Paradiso terrestre. Il serpente offre la conoscenza: non c’è vita senza distinzione del più e del meno, senza confronti e scelte. Il serpente è una creatura voluta perché necessaria alla vita e alla libertà dell’uomo. È innocente chi non pecca. Potremmo dire chi non vive, chi non può vivere.
Dostoewskij tenta di costruire nell’Idiota un personaggio totalmente buono: la figura del principe Myskin. Un uomo che vuole comprendere e aiutare tutti. Troppo compassionevole si avvicina al dolore per condividerlo, ma proprio questo suo coinvolgimento nei sentimenti altrui, la sua volontà istintiva di non far male a nessuno, lo rendono un incapace e lo portano a commettere assurdi errori. Sarà solo, incompreso, e, impossibilitato ad affrontare il mondo com’è, finirà folle.
Forse proprio questa sconfitta tuttavia nello scrittore russo dà una possibilità di salvezza: il riscatto della sofferenza affermato dalla figura di Cristo.
Con la sofferenza paghiamo la nostra libertà, quella libertà che, sia pur limitata, ci permette di progettare, sognare e modificare un poco ciò che è attorno a noi. E di convivere col male. Un male che sentiamo come una colpa da riscattare, anche quando sempre colpa non è, e proiettiamo in avanti il Paradiso terrestre come ricompensa del nostro penare, perdono per quella vita che ci è stata donata come altro non poteva essere.
Così il permanere di questo sogno di riscatto, di una felicità futura, senza obblighi di scelte, senza ondulazioni fra male e bene, è forse la più affascinante promessa che questo paradiso ci sarà, e la pietà di Dio ci darà quello che non ci poteva dare nella vita: l’innocenza pura.
Ma sarà di nuovo come rifletterci negli occhi della tigre?
Luciana Ricci Aliotta- dalla rivista CON-FINE

Note bibliografiche:
Giovanni Artieri ‘Rousseau Il Doganiere’ Classici dell’arte Rizzoli. Milano 1969
La Bibbia Concordata vol I Oscar Mondadori

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