Il dono dell’Eden- di Luciana Ricci Aliotta dalla rivista CON-FINE

GENESI, secondo racconto della creazione:
“…Fece dunque il Signore Iddio dal suolo ogni sorta di animali terrestri e tutti gli animali del cielo, li condusse all’uomo, per vedere come colui li avrebbe chiamati: qualunque nome infatti avesse posto l’uomo a ciascun animale, quello sarebbe stato il suo nome. E l’uomo impose nomi a tutti gli animali domestici e ai volatili del cielo e a tutte le fiere della terra…”*
Nominare è trarre dal buio, conoscere, quindi in qualche modo possedere. Possediamo anche se molto illusoriamente il mondo solo quando riusciamo a costringerlo nel circuito della nostra parola, a coniugarlo nel periodo di un discorso che definisca la vaghezza dell’immaginario che non troverebbe altrimenti concretizzazione logica.
Con Adamo il Logos onnipotente di Dio si é fatto storia, e la storia è degli uomini, tutta sulla loro responsabilità e nei loro limiti.
La voce di Orfeo commuove gli inferi, e riuscirebbe a ricondurre in vita Euridice se la volontà del cantore non fosse minata dal dubbio.
Dubbio sul miracolo del suo canto o sulla forza del suo desiderio?
Amiamo abbastanza per accettare l’impossibile, quando l’impossibile significherebbe privarci della padronanza del nostro mondo ?
Che fatica accettare un miracolo! Il miracolo della parola che ridiventa logos e ricrea il mondo fuori delle capacità umane: meglio la debolezza, il limite, la morte. Meglio che il canto e la poesia siano una forza perenne ma limitata, umana; capace di incantare consolare e far piangere ma senza mai togliere all’uomo la sua imperfezione, le carenze che lo sospingono, proprio loro, in avanti, verso e contro l’altro e l’incognita del futuro.
Il potere di Orfeo è ingannevole proprio perché pretende di riportare all’uomo il logos, ma forse, come Adamo e come Ulisse, il poeta non vuole perdere la sua umanità sconfiggendo la morte, e accetta di vedersi nudo e conoscere il peccato rinunciando ad una eternità senza colpa ma anche senza pietas e senza perdono.
La parola diviene così sintesi di un lungo percorso di pensiero e volontà, e promuovendo la storia ne assorbe il senso e il ricordo nel patrimonio linguistico.
Certo, ci costringe ad una scelta continua di ciò che proviamo e vorremmo dire, e in questa scelta, come in ogni spiegazione logica, molto si perde della polivalenza della nostra mente e del nostro cuore.
La torre di Babele, tuttavia, nello svelarci l’illusorietà di costringere col linguaggio “le cose” nel nostro pugno, mentre ce ne sfuggono le essenze -come il mistero di Dio, inappropriabile e perciò innominabile-, indica non solo l’incapacità di intenderci senza una lingua comune, ma anche il rischio di espropriarci di noi stessi quando perdessimo i segni che convenzionalmente illuminano il mondo in cui viviamo.
Pur nei suoi limiti terreni la parola è potere, potere di con-prendere, potere di persuadere, di sospingere gli eventi, di mutare gli uomini.
Ma è l’uomo padrone della parola o non troppo spesso la parola padrona dell’uomo, capace com’è di esercitare su di lui una così profonda forza di persuasione?
Molteplice nella sua duttilità, senso e segno al cui fascino è difficile sottrarsi, oggi più che mai invade il nostro mondo. La troviamo ovunque attorno a noi. Buona dolce, lieve come una farfalla, cattiva infida pesante e maligna come un macigno o una pietra, ovunque: arrampicata sui manifesti sgargianti, sulla invadente propaganda al neon, imbrattata sui muri, pronta a circuirci, a convincerci, a spaventarci e perfino a minacciarci.
In realtà siamo noi che troppo spesso tradiamo la sua missione: è sempre la nostra mano a tracciarla, quella mano che è pur capace di coglierne l’eleganza del tratto grafico tanto da riportarla come disegno raffinato sulle opere di pittura e scultura.
L’opera d’arte oggi non è più incanalata in una serie definita di percorsi, ma viene contaminata da tutto ciò che l’uomo liberamente decide di accostare nella sua costruzione artistica per raggiungere meglio la variabilità del possesso. Possesso delle cose con cui ci esprimiamo, possesso di un mondo che non è mai lo stesso ma non potrà mai dimenticare il passato che lo ha costruito.
E il segno alfabetico è un ‘memento’ della transitorietà del tempo e delle culture, ma anche della permanenza in noi delle loro ragioni.
Non più solo senso ma anche immagine, la parola vuole essere dipinta, che la si consideri anche nel suo stile formale, che si esalti nella variabilità dei suoi segni il patrimonio di memorie che racchiude. Così ora brani di lettere ingiallite si affossano spesso nell’impasto di un affresco quasi a richiamare da uno squarcio l’intimità di un attimo di vita perduto.
Un gusto forse un po’ esibizionista espande il ‘segno’ del discorso, tracciando arcaici alfabeti di sapore quasi alchemico sugli ultimi prodotti artistici dell’uomo, a ricordare che la parola ora come sempre indica di più di quel che dice, e così l’immagine dipinta sulla pietra delle caverne preistoriche ritorna sulle nostre opere, simbolo della continuità della vita che intreccia il passato al presente.
Parola che è dipinta e dipinge, capace anche di assumere le sfumature della più preziosa pittura, come nell’opera di Pietro Citati -Le scintille di Dio-. **
La prosa di Citati è sobria, veloce quando riferisce fatti e segue un filone storico, e si fa invece ricca, addirittura ridondante, floreale quando esplora il mito e la fantasia creativa dell’uomo; un fuoco artificiale che esplode nel riprodurre la ricchezza degli arazzi arabi, delle miniature persiane; allora la sua parola diviene pennello, tocco di colore e ripercorre con delizia le laccature delle pagine preziose di antiche opere d’arte troppo spesso ignorate dal nostro occhio smaliziato E questi suoi colori, rosso giallo blu, ci compaiono davanti agli occhi non descritti, ma reali come fossimo davanti a un dipinto.
Il dono del giardino dell’Eden è quindi il più grande che sia stato fatto all’uomo.
Un dono che come i doni dell’Eden ha dentro di sé il rischio della libertà: è un ponte che scavalca l’abisso del nulla per portare una trasformazione, ma non potrà mai sanare la “differenza”: il contatto, la trasmissione non sarà mai priva di equivoci.
-Racconterai le stesse cose al tuo paese?- chiede il Gran Kan a Marco Polo nelle “Città Invisibili” di Calvino***. E Marco Polo risponde: -Io parlo, ma chi ascolta è l’orecchio-.
E l’orecchio fa sua ogni parola, la converte in una diversa immagine, cosicché il mondo ascoltato diviene altro da quello raccontato.

* La Bibbia Concordata-Pentateuco-vol I° pag38 Oscar Mondadori Milano
** Pietro Citati – Israele e l’Islam-Le scintille di Dio- ed Mondadori –(In particolare il capitolo sulle miniature persiane a pag 164)Milano
***Italo Calvino- Le città Invisibili-ed Oscar Mondadori pag 137 Milano

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2 Responses to Il dono dell’Eden- di Luciana Ricci Aliotta dalla rivista CON-FINE

  1. giovanna says:

    Ciao mi kiamo giovanna e credo che sia giusto riguardo a tutto quello che c’è scritto.
    Voglio dire che è tutto quello che pensiamo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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