Alla ricerca di Osiride

Alla Ricerca di Osiride- di Luciana Ricci Aliotta dalla rivista CON-FINE

IL GESTO INTENZIONALE LA MATERIA E IL CASO
Alla ricerca di Osiride
L’attimo che precede il gesto iniziale che sfiora la materia su cui si deve agire, ha qualcosa di magico: come se per un istante la potenzialità che vi è celata passasse nelle mani dell’uomo. Tutto è lì dentro: la forma per uscire attende le sue mani, il palpare della creta, la carezza che foggia, l’alito che le infonde spirito. Magia creatrice, e almeno in quei brevi momenti in cui il contatto non è ancora avvenuto l’artista può credersi quasi un dio. E’ solo un istante, poiché subito la mente comprende di dover fare una scelta e le mani tremeranno di fronte al rischio di fallimento che insidierà tutto il suo operare.
Marcare la materia col nostro fiato non è solo desiderio di possesso materiale, ma di un contatto che ci permetta di renderla partecipe di noi, meno estranea alla nostra natura. Il mondo che abitiamo ha in sé una durezza che ci respinge. Penetrarlo vuol dire non sentirci avulsi dall’alienità del suo senso. Vogliamo che ci senta vivere, che sia testimone della nostra esistenza. Che si faccia pietra su cui incidere un nostro pensiero, magari anche una sola sillaba.
Piegare un fuscello ad esprimere un briciolo di umanità: un modo per sconfiggere il caos, l”altro da sé”, di trasformarlo in linguaggio.
Perché senza dubbio alla base del gesto c’è la ricerca di un linguaggio comunicativo.
Anche l’arte informale, provocatoria, apparentemente casuale e incomprensibile, vuole esprimere; forse un mondo privato della razionalità, pieno di vuoti e di tradimenti, ma che è pur sempre il mondo in cui viviamo.
Si è perduto il mito che traduceva i frammenti tumultuosi del reale in una composizione armonica unitaria e a suo modo razionale..
La scienza apre nuovi approcci alla conoscenza di un mondo che non cessa di ingrandirsi dall’alto al basso in una scala infinita e se da una parte la nuova decifrazione scuote l’artista promettendogli diverse chiavi di interpretazioni e nuove tecniche, dall’altra sbaragliando le verità precedenti lo rimanda alla ricerca delle crepe della logica per ritrovare il più profondo e sfuggente Es. In questa sfida la scienza ritrova la misura della sua insufficienza e si ricarica di energia per riproporsi la ricerca di definire l’indefinibile.
E su questo indefinibile gioca l’artista
Del resto le più profonde motivazioni nascono proprio dall’Inconscio. E di lì spesso parte il ‘gesto’ affrontando le difficoltà e i limiti della comunicazione.
Penna, pennello, scalpello sono strumenti diretti dalla mente e dal cuore e si affinano anche confrontandosi col limite. Che cosa esisterebbe senza il limite? E’ il limite che impone una scelta. Il limite è sofferenza che crea, che genera consapevolezza.
Lo stesso sforzo di superarlo è quello che rende fertile la nostra opera.
L’artista agisce sulla materia per oggettivare il suo Io, trarne fuori i suoi sogni e i suoi incubi, ma la mano spesso stenta sulla tela o sullo scalpello, il mondo che vuole darci è sfuggente, non facilmente comprimibile in un linguaggio coerente; dei canoni comprovati a disposizione diffida, non li sente congrui e cerca di superare l’impasse con nuovi strumenti.
Questo ha capito: tutto può essere usato come mezzo, dal materiale di scarto alle nuove macchine elettroniche. E in ciò ha ragione, poiché non è la macchina, il pennello che conta: è la sua mente, come già pensava Leonardo, anche la mano non è che utensile meccanico senza l’idea.
Ma appunto per questo non è neppure la materia usata, per strana e scandalosa che sia, a dare il linguaggio.
E’ sempre la mente a dover riempire il foglio bianco, a tracciare un segno significativo sulla sabbia o magari un cerchio nell’acqua o un gesto nell’aria che non si perda nel nulla, ma sia capace di un messaggio, di una scintilla di luce.
Perché così frequente la ricerca di materiali diversi astrusi inusitati?
Credo che nel frequente uso di materiali poveri e di scarto occorra leggere una nascosta intenzione di sconfiggere il caso, che sembra dominare una società incoerente come la nostra..
Quel caso che troppo spesso è sentito come caos, mentre invece è la condizione della libertà. Solo di fronte al caso, infatti, alla volontà è dato di scegliere, di concretizzarsi.
La volontà è libera, sì, ma indefinita.
L’occasione esterna crea l’impatto, determina un limite di scelta, una definizione di ciò che serpeggia nella mente o vegeta in segreto.
Senza tale incontro la volontà è vaga aspirazione, inquietudine.
Di meccanico non c’è nulla nel gesto intenzionale che cerca il caso per appropriarsene fuori degli schemi usuali. Il sogno e l’intenzione si sviluppano faticosamente anche dalla materia più greve e da essa possiamo costringere a passare le nostre emozioni più profonde.
Vedere affiorare dalle digitazioni al computer forme che rispondono a qualcosa della nostra coscienza (o dell’ inconscio), e vengono riconosciute belle significative “nostre”, diverge dal gesto volontario dell’artista sulla materia informe?
Il gesto intenzionale le modifica strappandole al caso finché non rispondono a qualcosa che vive dentro di noi, ne coglie risonanze o consonanze, facendole nostre.
Lo stesso gesto di porre fine alla modificazione è il segno del riconoscimento: riflettono nostre emozioni o le suscitano, sono in noi. Nostre come quando col pennello giochiamo faticosamente coi colori forzando il caso a incontrarsi con la nostra volontà.
Perché Pollock non si ferma al primo dripping del colore sulla tela a terra, ma si muove su di essa continuando a colarlo in grovigli sovrapposti finché dentro di lui scatta un ‘basta? Un ‘basta’ che rivela nel gesto una idea, una intenzione forse celata, istintiva, ma presente. Pollock giocava entro certi limiti col caso, ma era guidato da una determinazione solo in apparenza inconsapevole, automatica.
In una ricerca profondamente meditata Burri costringe sacchi, legni schiodati, plastiche, materiali offerti ai suoi occhi dal caso a comporre raffinate forme e armonie di colori.
Lo strumento è guidato dalla mente: di per sé può suggerire, non creare forme significative.
L’intenzione del gesto svuota la materia di ogni meccanicità (automatismo). Ciò che vale è l’idea che riesce a imprimersi nella materia nell’unica forma che la concretizza per intero. Il sogno o l’idea che esce faticosamente dalla materia non predilige strumenti se non tali da permettere il passaggio di valore e qualità espressiva.
Quando l’artista sceglie la materia-strumento del suo operare (mano pennello pietra e altro), questa diviene estensione del suo corpo, come le mani, come la lingua: mezzi per testimoniare. Ma questo impulso ad estendere se stesso nel mondo esterno, nell’artista ha anche il carattere di una volontà di formazione e di selezione che dà un valore epifanico a ciò che sceglie. L’oggetto manipolato, voce, suono, colore, creta o altro che sia, diviene indice del nostro senso, protesi della nostra anima che vuole ricostruire attraverso più intimi miti i miti perduti della terra antica, lasciare la sua orma distinta da ogni altra orma che l’abbia calpestata.
La scienza cerca di darci, senza mai arrendersi, una chiarezza oggettiva del mondo, e l’arte scruta nelle sue crepe e nei suoi fallimenti per cogliere gli irrisolti dubbi dell’uomo, l’irrazionale vigore della materia oscura del mondo irrisolto: e anche se sembra lasciare affiorare a caso i fantasmi dell’Es, è la mente che domina e controlla la forma.
C’è nell’intenzione, anche se non sempre consapevole, la ricerca di una composizione che insegua molto di più del senso: il fantasma indefinibile della bellezza.
Non più una bellezza tranquillizzante che corrisponda a un mito passato, ma una forma che riesca a toccarci esprimendo insieme al turbamento la pace di una soluzione anche provvisoria, un frammento di Osiride ricomposto in un nuovo mito che tenda a dare un certo ordine anche alla passione e al dolore.

This entry was posted in Articoli su Con-fine. Bookmark the permalink.

Rispondi