Personale Alla B.P.M di San Lazzaro I /8/003

Pittura come danza, o danza come pittura. Celebri esempi, Loie Fuller, che Toulouse-Lautrec riprese in una nota litografia nel 1893, rilevando nel suo danzare l’irreale astrattezza di veli e di luci; e Vaslav Nijinski, che interpretò nei primi del Novecento il simbolismo astratto delle forme mediante l’eleganza del corpo liberato nello spazio, tra onde di luci, evoluzioni cromatiche e sovrapposizioni formali e oniriche. Ecco, la pittura di Luciana Ricci Aliotta sembra recuperare dall’inconscio queste emozioni, che ella stessa così definisce: “La carne dell’uomo è fatta dell’altra sostanza delle altre cose cose per cui la forma si fonde, si distacca, torna a fondersi con la materia circostante…”. Si dissolvono e si ricostruiscono, tra luminescenze dorate e mobili ombre azzurre, figure straordinariamente eleganti nella loro classicità modernamente delineata, o mobili rami che avvolgono come tentacoli la luce, o sono essi stessi avvolti in delicati vortici cromatici, dove l’allusione a stagioni richiama quei primi tentativi futuristici di Balla, quando si tentava di far diventare movimento la luce e movimentare attraverso il cromatismo le forme. Ma qui, più intensamente lirica sembra l’espressione dell’artista, che da forme di un allusivo teatro surrealista, dove giocano maschere e ballerine come in una scenografia di Diaghilev, sta via via passando a realizzazioni dove l’informale plasticità del colore si dissolve in un simbolismo che adombra contrasti, ricerca essenziali identità, promuove suggestioni e trascinamenti emotivi che l’artista sa impaginare con equilibrata e persuasiva forza compositiva.

Gian Luigi Zucchini

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