Il mio povero fiore – dalla rivista Con-Fine

“Nel tronco di un albero/ una ragazza incise il suo nome con gioia/ e l’albero si piegò su se stesso/ lasciando sbocciare un fiore per la ragazza/ Io sono l’albero/ commosso e triste/ tu sei la ragazza che ha ferito il mio tronco/ faccio sempre la guardia al tuo adorato nome/ e a ciò che hai combinato col mio povero fiore.”(antica canzone cubana)

In un’epoca in cui tutto si mercifica e il tempo sembra travolgerci in una corsa al consumo in cui neppure l’arte si salva, massacrata spesso da una cosmesi mistificante, Cecilia Paredes ci offre un respiro odoroso di muschio e di libertà.
Peruviana, Cecilia Paredes è stata presentata in Italia dall’Istituto Italo Latino Americano, in collaborazione con la Galleria Michela Rizzo, quando alla biennale di Venezia del 2005 l’artista rappresentò il Costa Rica nel Padiglione dell’America Latina. Sono seguite altre mostre in Italia a Venezia (2006) a Treviso(2008) e a Roma(2009).
Molto conosciuta nell’America Latina e negli Usa dove è presente con molte sue opere, la Paredes vive dividendosi fra Philadelphia e San Josè, nel Costa Rica.
Le sue opere si presentano in forma di istallazioni e performances. Di queste viene poi eseguita una registrazione fotografica in cui l’anima centrale permane la sua capacità metamorfica di assimilarsi al paesaggio naturale e alle sue creature.
L’allestimento delle performances richiede una complessa ritualità: la scelta dello sfondo o meglio della scena, un ambiente in cui spesso esplode una natura quasi selvaggia (sovente del Costa Rica) e immerso, quasi fuso in questa natura, il corpo virescente dell’artista.
“Mi copro e mi converto, mi trasformo, mi avvolgo e divento pesce, volpe, alga, ramo, polpo e anche ala. Insisto solamente nell’essere ancora una volta quella creatura che fui prima, quando vissi a Punta Negra” dice l’artista.
Nel recitare la parte assunta, Cecilia, dopo una lunga operazione di trucco, ricorre ad una identificazione così intima che si può dire che sempre interpreti se stessa, o meglio quella se stessa degli impulsi, dei desideri delle passioni femminili troppo a lungo represse che ricevono libertà dalla sua fantasia. Non solo fantasia nel suo ideare questi percorsi ‘in una dimensione fra il sogno e la veglia’ (come scrive la sua presentatrice Rosetta Gozzini), ma anche una decisa volontà di affermazione del diritto del sogno ad appartenere alla realtà:
“Questo processo è molto simile alla recitazione, si deve veramente entrare nel carattere. Una volta che la performance e la registrazione fotografica sono terminate, permane in me un senso molto particolare che mi accompagna tutto il giorno e poi durante il sonno. Rivedere questo insieme di lavori mi fa riflettere su una certa vulnerabilità. In una prospettiva di esistenza universale scelgo il punto di vista della natura e pertanto mi preoccupo. Rimarrò qui come l’uomo uccello (Birdman), vigilante ma anche in ammirazione della quiete dei boschi solitari in un giorno gelato”.
Non sogno svagato, quindi, ma piena consapevolezza: è chiaro dalle sue parole il persistere della sua reale identità, la memoria che si porta dietro come ombra-radice da non rinnegare e una malinconica percezione della fragilità di questo suo mondo amato che forse sta già smarrendosi.
In un’aura tutta ricreata fra una realtà ancora presente e la forza della sua immaginazione, Cecilia può divenire liberamente ora folletto, ora uccello, ora creatura dell’acqua (Skin Deep). O inventare forme nuove (Gnome ) e in qualunque spoglia si presenti sentiamo che respira e traspira con l’ambiente, nelle sue fronde o nella pelle delle sue creature (Skin of Others).
Anche quando lo sfondo diviene un ampio manto di lino fiorato in cui si avvolge immergendosi quasi a scomparire, il corpo dipinto degli stessi disegni del tessuto, è la natura che cerca, la sua fusione con lei: in lei come grembo materno ma assaporandone il contatto fisico con piacere sensuale.
La seconda parte della sua arte, non di minore importanza, è la fotografia presa dalla performance. Sono spesso Foto di grande formato stampate su carta fotografica e montate su alluminio.
Non potendo valersi del movimento né della profondità dei piani se non indirettamente, riassumere il senso della rappresentazione richiede una grande abilità. Cecilia fa da regia, seleziona il gesto, estende la visione all’ambiente in cui si trasfonde l’immagine centrale infondendole una intensità di spiccata singolarità e purezza.
“L’essenza della fotografia è di rappresentare la realtà come é, quindi queste opere fanno esattamente il contrario dato che io presento delle immagini che si basano su comunioni immaginarie.”
Una condivisione della natura, del mondo, se prendiamo come metafora il suo sogno, in lei sensitivamente reale.
Il tempo si smussa, perde gli aculei con cui ci tortura con l’affanno di non cogliere l’ora o con la paura della fine, si distende in una sinfonia di toni variabili sempre tesi a nuove metamorfosi come se la vita non cessasse mai di offrire stupore. Il vero stupore, quello dell’uomo-fanciullo, alla sua nascita. Lo stupore che arricchisce, che si nutre di creatività, che ci permette di rinascere e riaffermare la vita ad ogni istante diversa. E risveglia quella capacità di percepire il meraviglioso che è nell’intimo di ogni uomo quando coglie nel silenzio la grandiosità di fiorire in armonia con le cose che abita e che lo abitano.
E’ la possibilità di vivere il tempo attraverso la molteplicità delle forme che confluendo l’una nell’altra non lasciano spazio al vuoto, al nulla, alla fine. Non c’è morte infatti nella ricerca di Cecilia Paderes. E’ lei a vivere per prima il suo teatro, a cercare i gesti, la materia, i travestimenti che vuol vivere. Se si fa rana la ritroviamo appena uscita dall’acqua del torrente, pronta al salto, con la pelle zigrinata e le dita sfilate, tutto il corpo racchiuso come un guscio, e certo prova in bocca il sapore del muschio bagnato mentre sfugge la luce troppo intensa per la sua pelle viscosa. Se si fa pesce presta la spina dorsale a una lisca diramata mentre attende in bilico di rituffarsi nel grembo della antica madre. Se si fa uccello si veste di piume colorate per liberarsi del peso umano e soffre l’impotenza del salto con il viso di un clawn.
Esaltazione della libertà e desiderio di essere tutto. Un desiderio femminile da secoli mortificato che rivendica il diritto di liberarsi della costrizione di ogni forma per essere infine ciò che il proprio essere, i propri istinti, chiedono da tanto tempo sottraendosi alle codificazioni esterne.
Non è un gioco il suo, e se è una commedia è una commedia seria, una spinta alla partecipazione della vita in comunione non solo con gli uomini, anzi a volte si ha l’impressione che trovi proprio nel regno più selvatico e silenzioso della natura la propria essenza. Ma il suo gioco, la sua scena, il suo teatro è proprio rivolto all’uomo, a ricordargli che cosa sta perdendo avvelenando e reprimendo la sua stessa più profonda vitalità, misconoscendo il significato del termine ‘ambiente’, che è per Cecilia amore e condivisione.
Proviamo a ritrovare gli umori della pianta che piange il suo midollo, il sapore dell’ombra umida del bosco, la sensazione della pelle degli altri, delle altre creature tutte.
Hai avvertito a volte, vedendo uno sconosciuto spremersi in bocca un limone, un brivido sulla pelle percependo pure tu l’agro di quel frutto sulla lingua? In quel momento sei accomunato a lui, quello che guardi sei tu, come quando senti camminare una formica sul tuo braccio e capisci che sei tu quel fremito lieve della pelle che non penetra nelle tue vene eppure è più vero delle vene che non senti, sei tu anche in lei. Sei tu con loro, con le cose, con le altre creature. Sei tu che le animi e vivi con loro e loro con te.
Non siamo soli. E’ anche questo che vuol dirci Cecilia, e che possiamo sentire di più, essere più liberi se comprendiamo di essere parte di ciò che ci circonda. E in questo modo rivaluta tutte le parti più umili del mondo che noi spesso oltraggiamo, assai meglio di chi oggi o per coscienza o per moda cerca il riscatto di tutto ciò che consumiamo impiegando i nostri rifiuti come materiale d’arte.
In certe sue piccole opere Cecilia sa pure intrecciare e tessere forme incantevoli con umili elementi naturali, come in: “Tessitura Naturale”, 2008, un sottilissimo velo di conchiglie marine, tagliate e assemblate col filo; “I Figli di Tritone”, 2008, vestitini di corallo ;“Il Volo”, 2008, vestitini di vere piume di Pavone, Fagiano e Gallina di Guinea quasi iridescenti alla luce. E trine vegetali che assumano forme di manti, ricami preziosi che volano come ali di farfalla: la leggerezza della libertà. La libertà è nella nostra mente, e Cecilia non fa che sceneggiare con simboli molto femminili la volontà, il desiderio intimo di rivoluzionare i ruoli, e non solo della donna.
L’ambiguità della parola ambiente, che sembra voler distaccare l’uomo da ciò che lo circonda, in lei viene volutamente a cadere, la dicotomia uomo-natura svapora in un clima vivace ma morbido, femminilmente amoroso teso a costruire l’armonia perduta da tempo dall’uomo (ma forse mai avuta).
Non che Cecilia pensi che la felicità sia nel ritorno alla selvaggia natura dei primordi della vita. I suoi scenari sono sogni molto lontani dalla realtà. Ma forse di questo lei è consapevolissima, sostiene tuttavia il diritto di conquistare spazio per i propri sogni, poiché anche questi sono realtà, e troppo repressi uccidono l‘anima.
La Paredes sente il pericolo di un mondo incapace di accogliere ciò che ha accanto, e quanto più si rende conto del degrado di cui è colpevole l’uomo, tanto più le sue opere vanno assumendo toni più drammatici come nella serie “Natura urbana”, in cui il colore rosato si fa rosso e scorre lungo il corpo dell’artista intrecciandosi in rivoli di sangue con le ramificazioni vegetali.
Rimane la persistente fusione con la natura, ma con più vive note di sofferenza, perché l’ambiente corrotto non può non coinvolgere l’uomo. Non possiamo scinderci dall’ambiente che costruiamo: ce lo portiamo addosso.
Luciana Ricci Aliotta

 

This entry was posted in Articoli su Con-fine. Bookmark the permalink.

Rispondi