L’ombra dietro di noi

L’ombra dietro di noi-di Luciana Ricci Aliotta
Se ci volgiamo a guardare dietro di noi, allargando la visione dal villaggio di Spoon River alle grandi civiltà del passato, viene spontaneo chiederci: dove sono ora Babilonia, Aristotele, la Roma dei Cesari? Le esperienze che abbiamo attraversato, le cose che abbiamo amato, le persone che abbiamo conosciuto: tutto finito scomparso nel nulla?
O in qualche modo come Edgar Lee Masters ha saputo, in una malinconica sintesi, ridare vita agli abitanti del villaggio attraverso le lapidi del cimitero sulla collina, anche noi che viviamo ora possiamo rinvenire qualcosa fra le rovine? Quello che si imporrebbe non è una ricerca archeologica di cui è ricca la nostra storia, né la documentazione che potremmo ritrovare in archivi musei e biblioteche, ma chiederci se qualcosa di tutto ciò che ha vissuto ci tocca ancora personalmente, è vivo nel nostro presente.
E ci accorgeremmo così che tutto ciò che nel passato gli uomini hanno fatto pensato ideato con i loro trionfi e smarrimenti ha lasciato dentro di noi segni senza i quali non potremmo essere oggi quelli che siamo. Se pure non ci ricordassimo cosa è stata Roma, nel nostro pensare e agire rimarremmo in parte condizionati dal suo essere stata.
Ma non ne abbiamo una consapevolezza costante.
Quello che viviamo oggi, infatti, non è tanto la continuità della storia quanto l’isolamento del presente, come se sostassimo attimo per attimo su piccoli isolotti deserti da abbordare uno alla volta, istante per istante. Un presente privo di punti di riferimento di cui soffriamo la caducità e l’inconsistenza nell’insicurezza di un futuro significativo.
Quasi sull’orlo del nulla, senza certezze né prima né dopo di noi, come il saltimbanco di Enrico Benaglia cerchiamo un equilibrio miracoloso che anche per un solo momento ci dia l’illusione della stabilità, della presenza.
Ma tutto si fa cenere. Tracce che con Maria Elisabetta Novello, giovane artista vicentina, perdono il loro carattere anonimo nel gesto che le raccoglie delicatamente legandole alle proprie personali memorie e richiamando il sapore di preziosi lavori antichi, come ricami casalinghi o tappeti in cui il gioco della trama si fa preghiera nell’enigmatico schema del mandala.
Maria Elisabetta Novello infatti predilige come materia per le sue opere fra scultura e pittura la cenere. Cenere dispersa nell’aria o lavorata in fragilissimi ricami; oppure racchiusa in piccoli contenitori di plastica trasparente a formare mosaici e tappeti di tenui colori.
O anche libera in teche trasparenti in cui l’onda di superficie configura labili e indefinibili paesaggi.
Cenere spenta? Qualche dubbio rimane, perché questo passato nella presentazione rispettosa e quasi amorevole della Novello, pur nella sua impalpabile sostanza, qualcosa afferma.
Arte intima, volta all’interno nei recessi del silenzio e dell’invisibile, la sua; ne è espressione significativa anche la scelta dei titoli di molte sue mostre: Scrivere il silenzio – Sull’invisibile- Livelli di grigio)
La mostra che si tiene a Roma dal 10 maggio al 3 giugno all’Arte Contemporanea di Erica Fiorentini prende il titolo di Una stanza tutta per sé, ricavato da un saggio di Virginia Wolf. Un saggio in cui la Wolf percorrendo la storia della cultura fino ai suoi giorni mette in luce come la . Un saggio in cui la Wolf percorrendo la storia della cultura fino ai suoi giorni mette in luce come la donna sia sempre stata repressa nelle sue peculiarità femminili, particolarmente nelle ambizioni artistiche. Ma anche nella famiglia, per cui la stanza solo per sé rappresenta la rivendicazione di un angolo della casa in cui essere se stessa.
Il titolo della mostra romana indica nell’artista questa stessa volontà di affrancamento, per uno spazio da gestire liberamente con la sua femminile personalità, nella scelta delle sue opere ma soprattutto del loro linguaggio.
L’artista cerca infatti un sommesso segno alfabetico che possa dar voce a ciò che non ha quasi più voce, e non intacchi la vulnerabilità del racconto. Perché un racconto è, il suo, nel cercare la comunicazione con gli altri e ancor più nel richiamarli ad una la partecipazione.
“ Io sono qui” dice l’artista (Milano 25 marzo 2010 ) esortando i ragazzi della scuola elementare Felice Casati a passare sulle lettere di cenere che tracciano quella frase a terra. E’ l’invito a un incontro, a farsi avanti e scompaginare quei segni. Lei è lì, in quella scritta che è il passato, ma che, indicandolo, qualifica come presente. Invita a farsi avanti, perché solo così può avvenire l’incontro, ogni viaggio di conoscenza verso se stessi e l’altro: consumando ciò che è stato e trascinandolo nel presente in un’onda che sfocerà nel futuro.
Partecipazione degli spettatori alle sue performance aveva già chiesto la Novello nel 2008 ( Udine-Livelli di Grigio) quando un video mostrava l’artista intenta a cancellare la sua stessa opera faticosamente composta in un ricamo raffinato nella forma del mandala.
Altrove da una proiezione l’osservatore assisteva a una danza della cenere mossa dalle vibrazione di un subwofer, percependo contemporaneamente il respiro registrato dell’artista.
La dispersione dell’opera, nello spirito del mandala, non è che l’adempimento del suo fine:
la conclusione di un viaggio alla ricerca della propria essenza che si conclude, nella dissoluzione, con la liberazione dalle fatiche e dagli errori commessi sotto le illusioni maya giungendo alla maturità della coscienza.
La dispersione della cenere non è quindi distruzione della materia, ma dissoluzione nell’eterna trasformazione del tutto.
Lezione sulla precarietà del presente ma anche sulla necessità di riconoscere gli altri in questo dramma di accettazione necessaria, unico modo perché dalla conoscenza, dalla consapevolezza sia permesso non disperdere completamente ciò che queste ceneri contengono di civiltà esperienze fatiche errori e passioni.
Trascinarle nella memoria consapevoli della continua trasformazione della materia e di noi stessi, costretti a vivere l’istante solo per grazia dell’istante passato che pur tendiamo a dimenticare.
Con triste dolcezza, con amarezza a volte sfrangiata dalla eleganza del segno, il passato diviene vera presenza in queste onoranze funebri, stimolo ad una accettazione globale che coinvolge tutta l’azione umana confluita in un presente che pure diverrà cenere, ma rimarrà sempre testimone incontestabile che contrasta il nulla.
Elisabetta tuttavia è sempre una voce occidentale, benché sensibile al misticismo orientale, vicina alla spiritualità del tao. Il suo attraversamento del tempo non può non rinnovare la pena e la nostalgia per la nuova perdita. Le memorie in lei fioriscono come ricami intrecciati con infinita perizia e compenetrazione concettuale da esperienze personali, anche se assumono sembianze astratte, e vogliono essere salvate anche per quel che sono, riluttanti alla dissoluzione per una atemporalità che ci sfugge malgrado i nostri sforzi di evocarla.
Il mandala è divenuto la stanza tutta per lei, una stanza tutta femminile, in cui meglio può esprimersi e raccogliere ciò che non vuol perdere del suo vissuto sofferto amato.
C’è molto affetto ancora nei suoi sussurri intimi, nella malinconia dei grigi con tenere sfumature, quasi mai con tagli netti di contrasto.
Nella stanza in penombra un riflesso lunare fissa alle pareti queste delicatissime trame volatili e impalpabili; impermanenti anche se fissate a vetrini o protette da plexiglas: tutto è impermanente, ma in queste figure evanescenti il riflesso del passato riceve un nuovo alito di vita inserendosi non solo nella memoria ma nella nostra coscienza etica e sociale.
E’ tutta la nostra vita quel sussurro a mezza luce che trova spazio nelle trine di cenere, il momento che era, divenuto momento che è.
Ma ciò che è stato si avvolge di un’ ombra che si proietta anche verso il nostro futuro, portandoci via ogni progettazione, se non abbiamo il coraggio di accettare il senso della vita come impegno ora per ora alla qualificazione di noi stessi, quasi a tessere minuto per minuto l’intreccio di un mandala che porti a conoscerci a fondo nei nostri rapporti con gli altri.
Ma perchè così poco ci piace questo presente? Pur così breve non sappiamo come riempirlo.
Perché non ha senso infatti vivere discontinuamente, attimo per attimo. Ogni attimo deve legarsi all’altro per permettere un ponte verso il futuro.
Troppo spesso la nostalgia del passato si trasforma in un lamento rancoroso o romantico.
Attimo per attimo portiamo avanti la nostra coscienza nella sola continuità che ci è permessa trascinando consapevoli la grande ombra che si allunga dietro ciò che facciamo.
Forse questo vuole dire Elisabetta. Dando valore al passato, alla memoria senza lasciarcene imprigionare, possiamo continuare un viaggio che deve essere improntato sempre più alla consapevolezza di noi e degli altri. Diamo valore al passato non solo con la memoria, ma dando valore agli istanti che viviamo. Tracciamo così ponti che non permettano il formarsi di baratri fra istante ed istante.
E allora il suo racconto più che della morte ci parlerà della vita

Luciana Ricci Aliotta

 

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