La coscienza del con-vivere – dalla rivista d’arte Con-Fine

Aprendo per la prima volta gli occhi alla vita tutto quello che vediamo o sentiamo è nostro, siamo noi, crediamo faccia parte di noi.
Lentamente un processo di campo lungo rimpicciolisce le cose allontanandole, le distacca in un raggio sempre più ampio, irraggiungibile dalle mie braccia. Il distacco avviene poco alla volta con dolore e sorpresa. Un distacco incredibile, doloroso: le mie mani non hanno più potere su ciò che vedo, il mondo quasi si rovescia fuori di me e mi respinge allontanandosi e collocandomi in un piccolo angolo dell’universo visibile. Amico o nemico? La mamma non è più me, la sedia è un ostacolo duro e non cede al mio tocco, il pavimento fa male. Ho perso la mia magia sul mondo, ma la curiosità su ciò che non è più mio cresce, vorrei vedere tutto, sentirne il sapore, conoscerlo. Fa male, fa bene?
Un rapporto che rimarrà sempre ambivalente: nel mondo fuori di me io mi rispecchio e nello stesso tempo ne soffro l’estraneità.
Che ho a che fare con queste immagini e suoni che colpiscono i miei sensi?
Tendo ad appropriarmene ma vengo respinta quando pretendo che risuonino dei miei pensieri.
Provo a rappresentarli, a renderli più familiari con le parole, il segno. Ad addomesticarli. Ma spesso la mia rappresentazione si aggroviglia in metafore indecifrabili, perde il chiarore della oggettività esterna per divenire un meandro della mia coscienza.
Che ho a che fare io con l’ ambiente fuori di me?
Lo osservo attentamente per riscoprirvi le tracce del mio passaggio che come orme sulla sabbia bagnata tendono presto a scomparire. Il mio gesto non mi somiglia più, ora, sta diventando parte del mondo esterno, piccolo anello di collegamento frangibile che non posso rinnegare ma che già viene osservato da altri come corpo estraneo, oggetto dell’ambiente.
Ciò che vedo sento provo è fuori ma anche dentro di me. Sono io stessa una tessera dell’ambiente, piccolo oggetto che fa ombra come una pianta e che gli altri studiano per capire che legame abbia questo estraneo con loro stessi.’ …..allora ci accorgiamo che l’intervallo che ci separa dal non-io, dentro e fuori di noi, non potrà mai essere colmato…*.
Noi abitiamo, viviamo uno spazio, ma siamo anche abitati, siamo noi ambiente, parte di ambiente per altri uomini e altre creature. Il nostro io ci impedisce di ammetterlo visceralmente, ma corpi estranei di un ambiente sono tanto io per gli altri che gli altri per me, anche se nessuno accetta di essere estromesso dalla centralità del proprio punto di vista, di far parte di una connessione di cose fatti trame, abitata e abitante con coscienza presuntuosamente singola e unica. L’uomo abita ed è abitato. Siamo noi anche quello che ci è intorno e che si allarga all’infinito. La scuola che crolla sono io, l’aria irrespirabile è legata a me tanto quanto i fiori che ho colto questa mattina e lo sfruttamento insensato della terra. “… noi siamo anche luogo, una casa ospitante e appunto un teatro dove si recitano gesta altrui” **
Questa è la realtà.
Palude in cui muoversi applicando una coscienza personale pronta a perdersi nella ricerca di rapporti e sensi in continua evoluzione.
Un intreccio di legami labili e incostanti tra cose e creature, cose e uomini, rapporti che scivolano nel tempo e nello spazio. Questo è l’ambiente.
Il confronto corre alla memoria di un giardino incantato, dove lieve il vento sfiora i capelli e le fronde degli alberi increspando le acque azzurrine sotto il cielo luminoso. Profumati i fiori e dolci gli occhi delle belve, cuore mite e beato.
Una stupenda metafora creata dalla mente collettiva dell’uomo che non riesce ad accettare i punti vuoti della sua storia, e si ricrea una memoria che sotto immagini e simboli racchiude nel profondo una verità inconoscibile.
Metafora dei nostri sogni e più intime nostalgie, l’Eden, il Giardino incantato in cui tutto aleggia mitemente senza scorrere perché il tempo e il male non esiste. Un perfetto equilibrio in cui nulla succede e nulla si consuma.
Un quadro fermo, una immagine fissa per raccontare come noi vorremmo ‘stare’. Ma lo vorremmo veramente? O non dovremmo dire che la vita per noi è nata veramente quando Eva ha offerto la mela ad Adamo? solo allora con il tempo e il male è nato l’uomo. Un uomo col pensiero, perché senza tempo non c’è pensiero ma solo immobilità.
Pensare significa scegliere, e scegliere valutare un più e un meno, perché solo nelle differenze c’è il movimento, la possibilità del cambiamento, l’entropia. Il bene e il meno bene, il meno bene e il male e la sofferenza..
Più luce o meno luce, più gioia o meno gioia. In realtà la vita è disquilibrio.
Dio non ha voluto il male, ma questo è il virus senza il quale non esiste la vita.
Adamo nasce uomo quando conosce ciò che gli piace di più o di meno, valutandone il costo anche morale, e se sceglie il peccato dando inizio alla storia umana è perché entro di lui non c‘è un’anima immobile come uno specchio di vetro, ma la profondità di un mare mosso.
E’ vero, l’uomo non è che parte di un universo di stelle nato prima di lui, un mare di onde energetiche che muove verso una sempre maggiore complessità. Una complessità che man mano che evolve in coscienza si fa più ricca di forme e di sofferenza in una difficile convivenza.
Erede della crescita del mondo, l’umano, fino ad oggi ha per lo più cercato di depredare la vita senza volere accettare l’ impegno alla responsabilità di ciò che nasce, di ciò che si protende nel futuro, bramoso solo di carpire quanto più possibile al presente, creandosi così un’ isola di solitudine e di sconsolata neghittosità, dimentico del significato oneroso della libertà che gli è stata concessa. Libertà di scegliere anche se limitata da un mondo feroce di sofferenza, ma senza il limite perderebbe di senso anche la libertà: sarebbe ritornare a un mare senza onde, in cui navigare vorrebbe dire lasciarsi andare senza pensare.
La vita nasce dalla differenza. Senza differenza non c’è né tempo né velocità né movimento. Il male, il dolore è in questo scarto, imprescindibile dalla vita e dal pensiero, che va dal più al meno, in una scelta continua anche se inconsapevole.
Difficile convivenza, natura uomo, ma certo quest’ultimo non sembra rendersi conto che anche depredata e avvelenata la natura potrà, indifferente e imperterrita, ritrovare un suo equilibrio scrollandosi di dosso ciò che non sopporta, ma non è detto che il nuovo equilibrio sia vivibile per l’uomo. L’Eden più che un punto di partenza potrebbe essere la configurazione visionaria di una grande speranza, una meta futura in cui non è eliminata la sofferenza, ma limitata la sfrontatezza e l’egoismo della rapina a danno degli altri esseri, lo sfruttamento di ogni risorsa anche futura.
Mangiare la mela significherebbe allora per Dio renderci co-artefici di una creazione continua, con la pietas per ciò che vive e deve morire, perché senza la morte non c’è neppure vita.
La beatitudine dell’Eden mitico soffre del silenzio del pensiero.
L’essenza della vita dunque non sta nell’equilibrio, ma nel mutamento continuo, a volte sconvolgente a volte meno appariscente. La vita si muove, si svolge, è nel tempo che muta le sue forme, in essa l’uomo può accelerare le trasformazioni, ma un’eccessiva ingordigia potrebbe determinare il crollo delle sue condizioni vitali.
In questo quadro di squilibri che funzione ha avuto l’arte?
Soprattutto quella di rappresentare, particolarmente nel passato. Oggi intende presentare più che rappresentare, porsi da sé con un suo linguaggio che pur agganciandosi alla natura (uomo compreso), si riveli presenza svincolata da condizioni lineari.

*Sergio Vitale –‘La dimora della lontananza’ pag.28 Saggi sull’esperienza nello spazio intermedio-ed .Moretti&Vitali Bergano 2000
**Eugenio Scalfari ‘L’uomo che non credeva in Dio’ ed. Einaudi – Trento 2008

 

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