Reincantare la natura – dalla rivista d’arte Con-Fine

REINCANTARE LA NATURA
di Luciana Ricci Aliotta

“Cerco la trascendenza guardando verso il basso, alla terra, a quella cultura popolare che ci vede simili a bestie, e per questo molto vicini al divino essere”. Così
Luigi Presicce in una intervista del 2008. La ricerca di Dio (e di se stesso) assume l’aspetto rituale di un viaggio all’indietro, alle radici dell’esistenza.
Una tensione olotropica in cui si collegano spiritualità ed inconscio ancestrale.
Lo psicologo transpersonale Stanislav Grof, autore de La mente olotropica e Il gioco cosmico della mente, sostiene che i confini della mente e della coscienza vanno oltre i limiti della biografia individuale: affondano in un tempo che precede la nostra nascita e si innalzano nello spazio che ci accomuna con tutto l’universo.
I personaggi di Luigi Presicce, immersi in un clima surreale, non esistono in alcun luogo o tempo, eppure respirano un’aura magica radicata al mistero che avvolge la terra. Sono ibridi coinvolti in una metamorfosi mai conclusa che rifiuta la forma definita per imbeversi di energie segrete di cui l’uomo secolarizzato ha perduto l’incanto. Rivestiti di pellicce animali, di penne d’uccello o ramate corna di cervo, segnano il contatto fra la conoscenza terrena e quella spirituale in figurazioni ispirate a diversi tipi di culto, da quello cristiano a quello induista, dalle più complesse forme di rito alle più popolari credenze della sua terra pugliese.
Figure che ci inquietano forse maggiormente quando si incrociano a simboli cristiani, anche se in verità non c’è nulla di blasfemo nei suoi crocefissi, o nella sua Madonna dalla testa di cerbiatto (acrilico su tessuto del 2006). La figura femminile, dipinta con realismo nell’abito monacale e nel portamento eretto, tiene in mano con delicata venerazione una croce anch’essa perfettamente delineata. Il volto di cerbiatto ci porta indietro ai riti di iniziazione dei misteri Dionisiaci, alla nebris, pelle di daino o cerbiatto indossata dal sacerdote o dal penitente. Innocenza e violenza: due termini legati insieme dal sangue del sacrificio, nei riti di purificazione e nella passione di Cristo, agnello sacrificale.
Forte il nodo violenza-sacrificio ne Il Cervo Bianco (acrilico su carta del 2006), dove incappucciati che richiamano il KKK celebrano la morte di un grande cervo bianco che porta impressa sulla fronte una croce cristiana. Nella mitologia celtica il cervo bianco è simbolo della luce segreta del sole (Dio Lugh), dei misteri della vita e della morte, di colui che, superate le prove di trasformazione e rinnovamento della propria personalità, ottiene la conoscenza. Correlata all’altra immagine, la Madonna col volto di cerbiatto, il Cervo Bianco suggerisce un cristianesimo cosmico: non solo per l’uomo è venuto Cristo, ma per tutte le forme viventi. L’offesa che accusiamo nell’osservare soprattutto questa Madonna è confessione della nostra presunzione, che ancora non ci permette di accettare di essere con altri parte della attenzione di Dio, in qualsiasi modo si manifesti.
Dio è il mistero, e lo abbiamo davanti per qualsiasi strada ci inoltriamo. E sempre cercandolo la nostra preghiera può camuffarsi in forme diverse e persino in atti violenti di cui poi soffriamo la colpa. Così possiamo interpretare l’opera Perdono (acrilico su carta del 2006): un incappucciato in nero che porta una grande croce.
L’ aspirazione al perdono e alla sua forza risanatrice è frequente in Presicce, particolarmente nei suoi rituali costruiti con grande elaborazione di simboli nelle installazioni e nei video.
Come nei Dodici Perdoni, installazione del 2006, dove ventidue corone di spine indossate da incappucciati nel corso di una processione alla fine tornano a formare un cespuglio di rovi: non più sofferenza ma rinascita e riscatto nella natura.
Screditando le fedi dogmatiche l’artista vola con libertà alla continua ricerca di Dio con una fantasia che liberamente ricrea e inventa riti in una aura che riconduce all’incanto della natura, al modo di intenderne la misteriosa complessità con amore e terrore, di coglierne ad ogni forma e passo la scintilla magica che porta non a
conoscere ma ad aderire al senso del mondo, interpretando i suoi segni e le sue voci musicali. Sale infatti dalla natura una cadenza musicale, un ritmo che P. percepisce e cerca di inserire nelle sue opere, nei i riti in cui la ripetizione scandisce tempi di passaggio che sanciscono la sacralità del gesto o dell’oggetto creato.
Grandi tele in acrilico, infiniti piccoli disegni quasi sempre di una gamma di colori ridottissima, e poi video, installazioni, operazioni di musica: P. è un artista irrequieto e vitalissimo, che costruisce con una enorme ricchezza di mezzi espressivi, quasi timoroso di non riuscire a restituire tutto ciò che coglie nel suo vivere.
“Da piccolo disegnavo continuamente. Ricordo mio nonno che mi portava nei bar dove giocava a carte con gli amici, mentre io fissavo i quadri alle pareti, spesso ritratti di pagliacci tristi…”
Nella loro ambigua semplificazione le Maschere di P. si ricollegano a riti arcaici e tribali, a totem africani, ma anche ai clawn che colpirono la sua immaginazione da ragazzo.
Dai pagliacci di memoria infantile riprende l’essenzialità di tratti che riflettono una genuinità triste e sapiente, una innocenza non priva di dolore, che ritroviamo nelle famiglie dei suoi Orsi, dove il colore acrilico sbiadisce come dilavato dalla memoria e dal tempo insieme alla ferocia. Tutto ciò che è irrilevante scompare, ma non il legame con la terra che li tiene avvinti con radici di eguale carne: sorgono, come piante radicate al suolo, famiglie che ricordano all’uomo non la brutalità ma la mitezza. L’orso qui è infatti creatura goffa e affidabile, parte dei sogni in rosa come il pagliaccio che ha assunto un naso d’uccello e galleggia assurdamente fra gli alberi, in una serie di disegni con figure smarrite in un paradiso fantasma.
Creatura anche dei nostri giochi l’orso, che sa assumere perfino un umorismo nero nel dipinto Viaggio a Ufo (acrilico su tessuto del 2005) dove quattro animali trasportano, quasi annoiati, una cassa da morto.
Maschere sempre, anche quando sorrette da un corpo: schermo che non permette di conoscere o riconoscere l’uomo in ciò che pretende di essere ma gli dà un ruolo posticcio più rivelatore.
Maschere in fondo che nascondono il suo volto trasformandolo spesso in sciamano o santone o ambiguo pagliaccio che non disdegna le forme irridenti purché anticonvenzionali.
Forme comunque sempre in bilico.
Come il disegno del Mago che a primo acchito pare un angelo di Paul Klee: tratti leggeri, essenziali, due ali che cercano un equilibrio instabile come appunto gli angeli timorosi di Klee; non ci spaventa il muso quasi infantile da gufo, ma poi scorgiamo gli artigli delle zampe, e le ali a ben vedere segnano due direzioni decisamente opposte: una verso l’alto l’altra verso il basso, luce ed ombra. La natura è pur sempre anche un regno di tenebre, sembra volerci ricordare.
Ritrovare nell’animalità la forza non di fermarsi allo stadio brutale, ma di ripartire confessando la propria origine per fortificarne lo spirito.
Più ancora che nei dipinti, nelle sculture la fantasia, e forse ancora un desiderio di riscatto nella confessione, lo spingono a creare ibridi spaventosi in cui non è chiaro se sia la parte umana a suscitare raccapriccio o quella animale.
Uomo con testa animale, animale con testa di uomo, non è una metamorfosi in atto: né l’uomo ridiventa animale né l’animale sarà mai completamente uomo : è l’essere l’uno nell’altro, la coscienza della comune animalità che ci tiene avvinti per una evoluzione che non dovrà mai rinnegare le proprie radici se non vuol perdere l’anima, perchè solo la consapevolezza della propria ferinità può portare a un riscatto le creature.
Nella natura, nel mondo c’è una profonda oscurità che l’uomo vive come dramma che può affrontare solo con la luce di una preghiera che non è stata scritta da nessuna religione dogmatica, ma sempre agita, ricreata, reinventata in una ricerca mai conclusa. P. soffre l’impossibilità di riportare all’uomo l’innocenza e la purezza (che non è castità). La sua non è passiva nostalgia del passato, non è a un semplice ritorno ancestrale che aspira, ma a trarre l’uomo dal buio della vera ferinità in cui è caduto -egotismo e superficialità- perchè ritrovi se stesso e sappia amare, in tutte le sue forme, ciò che vive con lui. Riconsacrare la natura tutta, nel suo passato e nel suo presente, restituirle quell’incanto di sacro mistero che la modernità sembra averle distrutto.

 

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