TRACCE DALL’OMBRA articolo dalla rivista d’arte Con-fine

Meandri labirintici quelli del linguaggio, percorsi da verità e finzioni.
Dialoghiamo su una base comune approssimata, tante sono le differenze di ‘sapore’ che una stessa parola, uno stesso segno, o colore o indice, assume per ognuno di noi.
Ne consegue che nessun linguaggio è perfettamente traducibile.
E l’arte?
Comunicazione attraverso i sensi che deve penetrare nella mente come idea, o idea che prende forma passando per i sensi e caricandosi così della realtà ? Idea e sensi, una fragile simbiosi che
cerca voce soprattutto nelle ‘differenze’ delle modalità espressive.
Così, nell’atto del fare, l’artista pone le basi per una forma il cui codice di lettura presuppone un attento ascolto degli echi di una voce che ha toni e risonanze diverse per ogni orecchio.
Più ambigua ancora l’interpretabilità dei casi figurativi, perché il percorso più facile e deviante può essere proprio l’adesione alla rappresentazione realistica.
Quando nell’arte compare la fotografia, infatti, l’apparenza puramente tecnica, che riconosce poca responsabilità all’autore, e l’istantaneità dello scatto, per molto tempo le nega il riconoscimento di un codice soggettivo.
Per Roland Barthes è un messaggio senza codice: la foto isola l’istante dello scatto, nel passaggio fra l’oggetto e l’immagine non c’è trasformazione, il tempo è fermo.(*)
Più tardi, con i nuovi complessi procedimenti tecnologici e digitali verranno superati i traumi della discontinuità ( fra oggetto e sua rappresentazione, fra assenza e presenza dell’autore) e l’interesse punterà sulla relazione enunciatore-enunciatario.
L’analisi di un’opera non può avvenire che in minima parte per mezzo di una parcellizzazione che la vivisezioni in segni grafici o geometrici, o in indici ed icone, ma richiede atteggiamenti mentali trasfusi in una simbologia personalizzata che si esprima attraverso differenze, un sistema di relazioni più che un sistema di segni.
Può sembrare in contrasto con il trend che distingue oggi gran parte degli artisti, e cioè la ricerca di accomunarsi in un lavoro, di convenire su certi temi e forme, di ‘condividere’.
Condividere non vuol dire però trovare un luogo comune: spesso può, nella ricerca di una intesa efficace, significare accostarsi per fare meglio emergere le potenzialità espressive di diverse metodologie, che alla fine riflettano con nettezza la personalità inequivocabilmente unica dell’artista che opera.
Questo intende Irene Kung quando si presenta a Firenze nel 2009 con la mostra Oltre natura, in cui le sue foto di un realismo magico paiono scontrarsi con le pitture astratte di Matteo Montani.
Un confronto ancora più eloquente ce lo offre la Gallery Fineart ( Luoghi non convenzionali. Confronti fotografici tra Irene Kung e i grandi maestri del 900) nel 2010.
L’iniziativa parte ancora da Irene Kung, un’artista che pare nascere dal silenzio solitario della notte, e arditamente espone sue fotografie accanto a quelle di fotografi come Michel Kenna, Sebastiao Salgado, Olivo Barbieri, Josef Koudelka, Paul Caponigro e altri grandi, creando accostamenti per assonanze e dissonanze, armonie e inattese analogie in codici diversissimi.
Rara possibilità di captare in ben distinti umori e metodologie uno stesso fascino evasivo che porta le immagini a scivolare in una dimensione onirica analoga per equilibri tra luce ed ombra, superando qualsiasi definitiva distinzione fra reale, concreto e visionario.
Straordinario poi il raffronto fra l’Iceberg di Salgado e il Iac Building di Fank Gerhy ritratto dalla Kung.
Pesaro città sospesa- Oltre natura- Oltre il reale, sono alcuni titoli di sue mostre in Italia, titoli già indicativi per il suo rapporto con il reale.
Con mano ferma, di ottima grafica, Irene Kung estrae dal buio, creato digitalmente in laboratorio, ‘oggetti’ attentamente prescelti, isolandoli, cancellando attorno a loro ogni movimento e rumore di vita, idealizzandone le forme in armoniose o acute geometrie, senza falsarne i dati concreti.
Una visione sospesa nel tempo, resa onirica e quanto mai enigmatica. E proprio questa sua enigmaticità sottrae le sue foto alla stasi, all’assenza. Perché l’oggetto ripreso, pur se noto, assume mille facce, mille risvolti sconosciuti, in un trascorrere di fasi e trapassi che ci inducono a indagare la presenza dell’autore, a scoprire quelle differenze che sono i veri i codici con cui si è costruito, che non ricadono sotto il numero, ma sotto la pensosità e l’avventura che propongono sommessamente.
Leggerezza e profondità, solidità geometriche che diventano perfezioni platoniche perdendo ogni offuscamento di deperimento temporale. Un dipingere in cui l’ombra non agisce solo per togliere, negare, ma per rendere insondabili le radici, moltiplicare la profondità dei piani, trasformare ogni apparenza e renderla confinante ad altre, così da permettere l’emergere di sempre nuove analogie e raffronti.
A Ludovico Pratesi che in una intervista le domanda quali siano i concetti che vuole sottolineare con le sue immagini, Irene Kung risponde:
“ Silenzio e immobilità. Fermarsi per vedere, sentire, pensare e sognare. Voglio dare una risposta nell’intimo di ognuno in questo momento di corsa del nostro mondo verso il suo declino. Il vuoto…. Oggi c’è troppo ovunque e io mi concentro sul togliere e creare vuoti. Il vuoto come possibilità di dare una dimensione al tempo.”
E a Sara Namias in altra intervista del 2011 :“ Io amo l’oscurità che mi permette di illuminare quello che voglio.”
Non è una notte naturale la sua, ma una creazione in laboratorio di tecnica digitale, dopo che con molto studio e attenzione ha ripreso di giorno le foto, studiando con cura clima e suggestioni dell’oggetto scelto.
La parte più importante del suo lavoro è “cancellare” per privilegiare ciò che vuole portare alla luce in una nuova visione che ne dia l’essenza purificata. Oggi siamo assaliti ovunque dal troppo, ritrovare l’essenza delle cose è una necessità etica più ancora che estetica, è rigenerare la speranza della purezza
Anche un codice morale, quello di Irene: far rinascere dal buio ciò che vale, far riemergere una coscienza in chi è capace ancora di stupirsi e incantarsi di ciò che è stato fatto con valore.
Nata a Berna nel 1958, prima di stabilirsi a Roma Irene Kung ha vissuto e lavorato a Madrid e New York come grafic designer, pittrice e infine fotografa.
Curiosa e creativa, si insedia con passione dietro l’obiettivo, incoraggiata dalla gallerista Valentina Bonomo. Le sue immagini hanno un forte successo e vengono accolte in mostra a New York Buenos Aires Londra Santa Fè, e in seguito in molti altri paesi.
Nei suoi viaggi Irene si interessa soprattutto alle metropoli ritraendone le caratteristiche e rievocandone la memoria storica attraverso monumenti e palazzi che assumono nel loro isolamento notturno una grandiosità epica, rafforzata dal malinconico presagio della perdita dei valori che rappresentano.
Quasi un ammonimento, nella mostra a Pesaro ( Pesaro città sospesa -2009) la Grande Sfera di Arnaldo Pomodoro, il monumento che più si proietta nel futuro: sospeso fra due grigi profondi,
acqua e cielo, sembra portare il segno del rischio.
“Lo spazio urbano guardato e rivisitato da Irene Kung diventa, attraverso il suo
obiettivo, uno spazio diverso, silenzioso e immobile. Uno spazio che conosciamo,
perché riconosciamo i monumenti che lo compongono – estratti dalla memoria
delle città, dal loro passato o dal loro avveniristico futuro – e che in parte ci
sorprende. Roma, New York, Londra, Madrid, Boston, Milano, Pechino… le città
dove Irene Kung si muove sono luoghi magici, affascinanti, pieni di presenze
enigmatiche; città invisibili eppure così concrete.” ( Ludovico Pratesi- catalogo-Irene Kung- Città invisibili-)
Una vita segreta pare trapelare dalla luce delle finestre di alcuni palazzi, indice di speranza ma forse accorgimenti tesi ad accentuare la verticalità di una costruzione o un suo percorso lineare.
Non sempre oggetto delle sue foto sono le opere dell’uomo: a volte su sovrapposti piani di ombre perlacee si stagliano foglie d’ ulivo, o frasche di palma ( vedi Ulivo secolare di Fara Sabina 2009 o Trees) e magari nell’atmosfera brumosa sentiamo scorrere zoccoli infeltriti di cavalli argentini.
Della pittura la Kung non ha dimenticato la duttilità di tocco e la delicatezza di certi trapassi di grigio come nel Duomo di Milano (-Oltre il reale-2010) dove una luce quasi rosata spinge in primo piano gli aggetti della facciata lasciando nell’ombra appena visibile la massa dell’edificio, o nel Beekam building (2011) dove rinunciando alla linea retta la luce scivola sulle coste ondulate dell’edificio sottolineandone la forma astratta.
Quasi un gioco il dorso della tigre, immagine di una astrazione perfetta in cui ogni traccia di ferocia si è perduta. Qui ciò che vale è la bellezza che ha saputo suggerire la natura: la belva non c’è più, svuotata di ogni animalità. Solo il gioco delle forme, che la rende complice dell’artista.
Alla Kung piace anche giocare, ma giocare con arte avvolgendo in un dialogo in cui occorre aprire occhi e mente.
Notiamo a una certa distanza una sua foto di raffinata astrazione che non sembra attingere ad alcuna cosa concreta: un insieme sfumato di tinte leggere che affiora da un grigio variante. Ci avviciniamo attratti dalla novità e l’immagine perde ogni astrattezza palesando il posteriore di un cavallo con una magnifica coda. Ingannati? No: vale l’uno e l’altro racconto, dobbiamo solo una volta di più fermarci a vedere e pensare
Rare volte un colore sfocia da queste sue nebbie, magari una palma magica, quasi un leggero piumino sfumato in mille gradazioni grigio-rosa (Palma Rosa 2007) che non perde un dettaglio delle sue forme concrete. Ma la luce più volte delinea come lama tagliente una immagine estrapolandola dalla sua funzione pratica per farne una visione astratta di perfezione geometrica quasi platonica (Ponte di Calatrava- Buenos Aires 2011)
E’ come se presa da un suo sogno interiore di perfezione la Kung di colpo dimenticasse la funzione reale dell’oggetto per trarne delle essenze quasi aeree, forme geometriche non euclidee, ci verrebbe da dire, che mirano non più all’essenza dell’oggetto reale, ma a sembianze subliminali, sottese tuttavia da una precisa consapevolezza intellettiva ( es Flattering –untitled -11 2007)
Variazioni di un viaggio mai concluso, forse quell’avventura che Roland Barthes intuiva nelle foto che definiva ‘pensose’, e che oggi con la Kung generano una continuità di trasformazioni nell’immaginario della nostra mente,.
Viaggio, reale e mentale: per vedere, per sapere, per confrontarsi con ciò che ha conosciuto, perché solo dagli altri, “dalle differenze e dalle diversità originano le identità” (Massimo Olivetti –La parola al critico d’arte-2011 Ciclo Conferenze)
‘Il mio primo lavoro è cancellare’, dice la Kung, ed è lo stesso criterio con cui lo scultore agisce sulla pietra bruta o sul marmo frantumandolo per scoprire l’immagine perfetta che nasconde.
Saper vedere, vedere attorno ma anche dentro, scavare per cogliere quello che è in noi, scavare anche crudelmente non per deformare la verità, ma per cercare tracce della nostra forma, ciò che in parte siamo stati e forse ancora potremo essere.
In realtà nulla è fermo, fissato per sempre, nell’opera della Kung, il suo viaggio non finisce mai, e non solo per le terre visitate e la curiosità con cui ha ricercato incontri e confronti con uomini e opere, ma per la sua capacità di incidere con un bisturi e portare alla luce ciò che spesso non sappiamo vedere forse perché ci è troppo vicino.
Luciana Ricci Aliotta

*Marshall Mc Luhan Il medium è il messaggio Feltrinelli Milano 1967
** Roland Barthes- Retorica dell’immagine, in Id.,Einaudi Torino 1985 (L’Ovvio e l’ottuso p 26 e p 32)
***Claudio Marra- L’immagine infedele- Mondadori Paravia Mondadori 2006

 

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