Le voci del silenzio-dalla rivista Con-fine

LE VOCI DEL SILENZIO
Ogni segno modifica: un gesto traccia un solco nell’acqua e i cerchi si allargano fino a toccare le sponde del mare. Consapevole o no toccano anche te, in qualche modo ti bagnano. Tu puoi respingere o negare l’informazione ricevuta, ma perfino il tuo rifiuto ti modifica collegandoti in qualche modo con la fonte. E mai il gesto, il segno, cade nel nulla.
Può ridursi a un bisbiglio che si mescola al brusio delle foglie che cadono, non percepibile all’orecchio umano, ma sempre accolto con una lieve eco dalla natura, nel cui libro si scrive come un infinitesimale scarto dall’esistente.
Il silenzio è pieno di questi echi che sfuggono all’orecchio umano, piuttosto sordo ai toni discreti.
Nel silenzio ogni cosa ha una voce, un suono non necessariamente di note codificate: a volte di colore, a volte di immagini o di vaghe percezioni umbratili, eco della memoria.
Cosa distingue il linguaggio dell’arte dall’informazione?
Forse l’ascolto del silenzio, quella zona apparentemente vuota che è anzitutto ripiegamento in noi, memoria di noi e degli altri, di oggi e di ieri.
E può scaturirne una voce capace di presentarci una diversa faccia del mondo, o di una piccola pietra. E, attraverso lo scorrere inquieto di questa voce-ombra che ci sorprende dal sonno profondo del quotidiano, suscitare echi che prolunghino il dubbio. Perché l’arte non comunica ‘la verità’, ma un possibile umano mai assoluto.
“Non so se l’arte abbia un compito, – dice Alfredo Pirri a Luciano Marucci che lo intervista – penso di sì, ma penso che sia talmente grande che chi si prova ad affrontarlo con lo spirito di voler dare una risposta positiva sbaglia, tanto vale viverla come una risposta personale che possa essere utile anche ad altri”…Senza le sollecitazioni dell’operare artistico, sostiene Pirri, il mondo stagnerebbe inerte. Agendo infatti per lo più occultamente sugli affetti che sono a fondamento della realtà, l’arte, senza legarsi a categorie funzionali, ma con una forte valenza socio-culturale, impone trasformazioni senza mai consentire l’acquiescenza immota a uno stato di grazia.
L’invenzione, il progetto delle opere di Alfredo Pirri, nasce nel silenzio del suo studio, nella solitudine in cui nella sua mente va componendosi una visione complessa, sofferta ma attentamente ragionata che deve raggiungere una sintesi capace di accordare i molteplici strumenti usati. Una visione personale che rifiuta codici autoritari e definiti per sempre, ma permette una continua rivisitazione critica dell’autore.
Allora, solo allora interviene la parola e l’incontro con l’altro.
“ La scrittura e la parola non sono costitutive dell’opera, non ne fanno parte. Semmai si può dire che l’opera produce in noi parole”.
Fra l’opera e la parola che la comunica c’è l’ intraducibilità di una forma che non può avere corrispondenza in altri linguaggi.
…”.Penso che il mio lavoro sia più taciturno di me…”, aggiunge con ironica malizia l’artista, che difatti ama molto parlare d’arte ( è oltretutto un noto insegnante), collaborare a dibattiti, conferenze, incontrarsi per uno scambio con artisti, pur mantenendo sempre una propria posizione autonoma.
L’arte, afferma Pirri, non deve rinunciare alla sua forma per seguire i linguaggi dominanti, perdendo la sua autonomia e la sua originale capacità di dialogo col reale che ne fa qualcosa di irriducibile a regole determinate.
Il lavoro di Pirri è complesso, come complessa è la sua poetica: usa tecniche differenti (pittura scultura installazioni esperimenti grafici pittorici plastici video) in un processo conoscitivo in sé coerente, il cui equilibrio è il risultato del succedersi di passi che mantengono sempre la possibilità di una variazione, come una scena filmica in cui i fotogrammi sono in sé compiuti ma votati ad una successione mai del tutto prevedibile. Ne risultano quindi visioni simultanee e sempre diverse, in cui elementi anche contrastanti debbano collocarsi in modo da permettere una sintesi armoniosa.
Nella mostra Racconti alla galleria Oredaria di Roma (2006-7) le contrapposizioni dei temi e degli strumenti lo pongono in bilico fra levità e gravità, figurazione e astrazione in un gioco che Pirri ama e sa condurre con sapienza. Su una lunga parete di un cupo rosso Magenta quindici acquerelli dal titolo Acque raccontano modi differenti della pioggia di scivolare sul vetro formando rigagnoli regolari che a volte si aprono in campi ampi e disordinati (Alfredo Pirri).
Sulla carta colate di colore liquido creano un sipario di tralci o frange tra il vegetale e l’astratto che l’occhio non può penetrare.
Se abbiamo l’occasione di osservare i dipinti da un video dell’artista comprendiamo che il più coerente accompagnamento è il silenzio che avvolge ed evidenzia ora lo scroscio ora il fruscio dell’acqua, il tinnire
delle gocce che lo invadono leggere, e, a tratti, il calpestio dei visitatori
della mostra. A volte un fermo immagine ci riporta a una pausa che raffina i nostri sensi, e di nuovo la successione delle opere col sottofondo di rumore bianco o note di un brano di Ravel.
Più leggeri e sfumati nelle tinte gli acquerelli Aria, tenuamente rosati e rabbrividenti come per un lieve pulsare sul foglio bianco.
Sul pavimento, dove ombre fluttuanti di piume verniciate di rosa giocano con riflessi di luce da una loro prigione trasparente, una lastra di specchio destinata ad incrinarsi ai passi dei visitatori.
Scenografia piena di incanto, ove la prevalenza del colore magenta e il gioco della luce coinvolge in un girone magico il visitatore attratto e anche in qualche modo sconcertato (disorientato).
Ben diverso il turbamento di fronte alle opere White cube The House of rising sun, e le minuscole casette rosa dove all’interno il silenzio si è pietrificato: l’uomo perfettamente adattato alla visione edulcorata che gli viene propinata dal di fuori o dalla TV di casa,, non sa più reagire criticamente. Ha perduto l’ascolto e la parola: per lui il silenzio è davvero pietra senza risonanza, assenza.
White cube è l’unico ammonimento palese nell’opera di P, che in genere usa la fascinazione per portarci a capire e a ribaltare gli inganni che ci tradiscono come l’immagine allo specchio.
Fascino quindi avvelenato a volte quel suo rosa Magenta quasi marchio del suo stile. Parvenza delle illusioni ma pur capace di una bellezza che coinvolge, attira di per sé, vale a ricucire l’armonia nelle installazione dell’artista, ad aiutarne la sintesi ricercata: esca quindi per meglio coinvolgere lo spettatore, ma anche efficace mezzo per addolcire il respiro di certe sue costruzioni monumentali.
Pirri può creare fantasmi scintillanti per svelarci gli inganni delle nostre illusioni, per dirci che in realtà i nostri mascheramenti non incidono che sui sogni. E nello stesso tempo farci amare il canto di Maia a tal punto che proprio quei fantasmi, vissuti, ancora amati operano nella nostra motilità interiore più profonda addolcendoci il disinganno.
Così non si può non godere il suo lavoro nella Cappella dello Scompiglio a Vorno (Lucca) del 2009 : uno scrigno di luci e colori ma pure ideato con ragionata pianificazione socio-politica nei tracciati che delineano vie di avvicinamento o di fuga, fuga soprattutto dai centri di potere.
Scenario prodigioso è l’ installazione a Martina Franca, ‘Passi ‘(2011) nel Palazzo ducale, dove gli specchi, che percorrono il pavimento in un’infilata di stanze, frantumandosi sotto i passi dei visitatori, nella sala dell’Arcadia rovesciano gli affreschi settecenteschi di Domenico Carella in una cascata luminosa sul pavimento: nobildonne sontuosamente vestite, paesaggi arcadici cieli trasparenti e rosati riquadri piovono in enigmatici e vibranti spezzoni caleidoscopici. L’effetto è di uno sprofondamento: il cielo piovuto sulla terra è divenuto acqua profonda, mentre la realtà certa, rassicurante ci sfugge smaterializzata.
La “scansione di spazio e di tempo si perdono” scrive in un articolo Valentina Valentini. In questo gioco degli inganni si perde la visione unitaria e tutto si frammenta in riflessi fugaci.
Sotto i passi dei visitatori, un gesto di coinvolgimento che diventa suono, l’opera subisce una trasformazione continua, seguendo l’effetto del tempo sulla fragilità delle cose umane. E’ un’opera che vive e lo strano suono che emana genera disagio, un senso di colpevolezza per quella trasgressione inusitata che infrange la ‘morale’ della consuetudine. Rompere il riflesso illusorio dello specchio è in realtà rompere convenzione e pregiudizi per cui “Passi” diventa metafora di un cammino verso la libertà.
Un modulo d’opera o codice che non si ripete per semplice affezione. Attorno ad esso si costruisce una scena sempre in evoluzione che deve comunicare coinvolgendo gli spettatori nello stesso farsi dell’opera che vive anche in loro, strumenti integrati e responsabili.
Interessante nella mostra Misura ambiente ( Galleria Foscherara di Bologna 2010) il collegamento con opere molto piccole degli anni 80:
fogli di carta stratificati, fissati su piccoli supporti, irregolarmente sfrangiati, bagnati di colore rosa Magenta, ma anche con delicatissimi grigi, fissati alla parete.
Non sembrano accusare la ricerca di un senso, forse è l’espressione più intima e gioiosamente segreta dell’autore, una ricerca di purezza che, pur cosciente di sé, qui non pretende illudere né disincantare, sta a noi assorbirne la forma e percepirne l’ascolto come un canto che non ci vuole istruire, figurazione del silenzio stesso e delle sue sfumature, quel silenzio che non prende forma nelle cose ma ci lascia liberi di intuirle e di interpretarle.
Nella sala altre carte volano in un angolo, si piegano a libro come una biblioteca angolare. I colori sono chiari, rosati, quasi sfumati da uno sfarfallio polveroso dell’aria, il consumo del tempo che corrode ma che lascia sapore e colore .E Pirri ama cogliere il respiro di luoghi e tempi passati per connetterli all’esperienza del presente.
“…..Io penso che ogni opera riuscita ci offra una visione ampia e simultanea, capace di tenere insieme spazi e tempi fra loro lontani: il piccolo col grande, il passato col futuro.”
Per questo un’ opera d’arte è sempre contemporanea e può permettere il convivere con visioni di tempi diversi.
Così nell’installazione al Foro di Cesare del 2007 (Ultimi passi).
Oltre quattrocento metri quadrati di specchio, destinati a incrinarsi sotto i passi dei visitatori, annullano il confine fra firmamento e terra.
Lo spazio contenitore, ambiente pietrificato corroso dal tempo e fissato in una immobilità senza vita, nelle pozze in cui il cielo diviene acqua, fra colonne spezzate e lastre di travertino, offre all’opera contemporanea una illusoria condivisione di tempo e spazio.
Non nuovo in Pirri questa tendenza alla spettacolarizzazione, intesa come desiderio di cogliere in un più ampio rapporto con lo spazio gli umori le emozioni il vissuto che nei luoghi della storia si possono respirare. Rapporto inteso un po’ astrattamente come luogo delle possibili trasfigurazioni, ma ancor più come teatro di rappresentazioni corali trasferite da un piano realistico a un piano emozionale.
Interessante come in queste installazioni prenda quasi sempre vita un suono, non una musica predisposta, ma una sonorità che dipende dal luogo e dagli spettatori
Questo ‘ascolto’, che pare nasca dal nulla, segnala nell’artista un interesse che si sta diffondendo in molti artisti per rinnovare una intesa con la natura e la storia ampliando le dimensioni della percezione che nasce dal silenzio delle cose e dall’ambiente.
Interessante il progetto “Derive. Variazioni Qualitative Del Quotidiano” (del Centro Internazionale per l’Arte Contemporanea).
Un gruppo di artisti sradicati dai loro ambienti quotidiani, si sono posti in una condizione ricettiva particolare verso stimoli non consueti. Li lega la convinzione che il suono, tradizionalmente posto in secondo piano rispetto all’esplorazione visiva e fisica dello spazio, sia in grado di acquisire stimoli in tutta autonomia. conservarli nella memoria e condurli quindi in un percorso creativo. (Vedi recenti mostre di Roberto Pugliese, Alessandro Sciaraffa, ed Emiliano Zelada)
Su una linea accostabile mi sembra il lavoro a cui è interessato anche Alfredo Pirri di Eco e Narciso (Laboratorio d’arte permanente Torino 2003), là dove si esperimenta il suono come colore che delinea spazi e atmosfere sotto la suggestione di un ambiente o come mezzo squisitamente plastico che delinea veri e propri paesaggi sonori. Anche nei musei si potrebbe coinvolgere maggiormente il pubblico con suoni che nascano dagli stessi spazi mostrandone caratteristiche sonore spesso celate o inosservate.
Carlo Sini (*) sostenendo come il musicologo Marius Schneider(**) la natura acustica delle cose, afferma che l’uomo moderno “ ha dimenticato a quale silenzio è necessario regredire per riascoltare qualcosa come un suono luminoso e una luce cantante; a quale silenzio bisogna dunque ridiscendere per ascoltare le pietre che cantano, e con esse il mondo”.

* – Carlo Sini –Il gioco del silenzio- Mondadori Milano 2006 pag 68
**- Marius Schneider –Pietre che cantano- Guanda Milano 1980

Luciana Ricci Aliotta

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