SULLE TRACCE DELL’INVISIBILE di luciana ricci aliotta da Con-fine rivista d’arte

SULLE TRACCE DELL’INVISIBILE PARTE I
Voli a velocità neutrinica, mondi alternativi, porte che si aprono su terre aliene in un tempo che inverte direzione smentendo il secondo principio della termodinamica, forme cybernetiche che fondono uomo e macchina……Tutta fantasia?
Ma che cos’è la fantasia? Un alito lunare sceso sulla terra per tessere fiabe ai bambini?
In realtà è una forza che appartiene alla ragione, alla intelligenza creativa dell’uomo, la forza che dà forma alle sue intuizioni primarie e gli permette di concretizzare in visione ciò che ancora in modo informe preme dentro di lui, offrendogli una immagine poeticamente coerente di ciò che la ragione non gli consente ancora.
Capacità poetica e immaginifica ma non astratta e avulsa dalla struttura della nostra coscienza, a cui invece attinge cogliendone spesso presagi intuizioni sensazioni paure e desideri non sempre consci, liberandoli dall’obbligo sociale della ragionevolezza intesa come pretesa di concretezza. La fantasia dà colore e forma all’intuizione umana e non nasce mai dal nulla.
Abbiamo vissuto tempi in cui il passato assicurava certezze e valori, e la tradizione era un pilastro di forza e sicurezza. Oggi che grandi eventi di storia, l’evoluzione della scienza in tutti i suoi aspetti teoretici pratici e filosofici, hanno distrutto quasi tutti i nostri miti, dobbiamo riformulare sempre sul dubbio le nostre fedi.
Paradossalmente questo crollo pare estendere davanti a noi una libertà ancora intonsa: l’infinito si apre dentro le pieghe del buio che torna ad avvolgere le troppo chiare idee cartesiane e ovunque affiora fra le paure tangibili quella dell’ignoto su cui siamo sospesi.
La realtà non è ciò che vediamo, ma lo spazio diventa una incognita piena di potenzialità.
Si cercano nuovi riti liberatori e il progresso della tecnologia e l’informatica oltre che espandere la nostra possibilità di azione nella società offrono alternative di fuga dal reale con la complicità spesso di una fantasia che si consolida sulle basi della scienza.
Così molte opere di Maurits Cornelis Escher (Olanda 1898-1972), incisioni soprattutto, sono legate ad elaborazioni ispirate dai suoi contatti con le scienze, specie con la cristallografia e le illusioni ottiche, e di rimando molti scienziati si sono serviti delle sue immagini per presentare teorie scientifiche e renderle accessibili attraverso una raffigurazione visiva sufficientemente intuitiva
Pur esprimendo più volte la convinzione che tutto ciò che vediamo è illusione, infatti, non accetta il disordine nelle sue costruzioni che seguono sempre regole logiche, traendole spesso da quelle scienze che, di per sé, giudica troppo astratte e prive della piacevole sensualità della vita. Nelle complesse immagini labirintiche delle litografie abborda temi della fisica giocando soprattutto sulle illusioni ottiche. Una ricerca che lo porta più volte a scontrarsi col ‘limite’, spesso il cerchio, che raccoglie le sue enigmatiche scenografie. Un limite che sporge sul vuoto, sul nulla che forse è l’infinito.
La sua opera LIMITE DEL CERCHIO III, diviene l’unica paradossale metafora possibile di ciò che sfugge al nostro sguardo: l’invisibile. Si tratta di una serie di cerchi concentrici di figure che man mano che si allontanano dal centro rimpiccioliscono fino all’invisibilità. Un ridimensionamento continuo che porterà alla coincidenza invisibile–infinito,
Metafora virtuale, mappa come le tante altre fra cui viviamo. La realtà virtuale, infatti, ci ha sempre accompagnato nella nostra vita. Sappiamo che la mappa non è il territorio, e possiamo anche dire che il nome è la prima forma virtuale che sostituisce la cosa, e sempre ci siamo serviti di metafore sostitutive di realtà concrete, ma con l’informatica e l’uso di internet si può arrivare a una vera sostituzione alternativa alla vita. Così è il fascino ambiguo di Second Life, che ha ideato sulla rete un vero mondo in cui ogni utente può lanciare un proprio doppio (avatar) secondo le proprie preferenze e muoversi liberamente nel cyber-spazio.
Con la grande rivoluzione di internet, si aprono nuove strade e nuovi scenari mentali, strumenti che possono dare nuove estensioni alle nostre stesse capacità, creare ponti fra mondo virtuale e mondo reale.
Emerge l’idea dell’opera d’arte come puro evento, come spazio-tempo immaginario e impermanente che innesca un processo psico-percettivo o un viaggio collettivo nell’invisibile.(vedi A.Balzola-P.Rosa-L’arte fuori di sé-Feltrinelli Milano 2011)
MARKOS NOVAK (Caracas 1957) professore e direttore transLAB presso la University ofCalifornia, mostrando una mappa dell’Universo derivata da una simulazione di Max Planck afferma rispondendo, durante una intervista, a Teresa de Feo:“…..per me questo è l’astratto, è un’astrazione. Quello che lei ha visto è la mappa della nostra ignoranza, una vasta ignoranza. Un’intera galassia qui è più piccola di un pixel. Tutto quello che sappiamo è nient’ altro che polvere. Se non tentiamo di scorgere l’invisibile, ci ritroveremo sempre con la polvere. “Per N. la maggior parte della realtà sfugge ai nostri sensi, capaci di percepirne solo una minima parte, e cerca nella sua vasta conoscenza scientifica e nella tecnologia di internet la possibilità di ampliare la propria visione. Crede infatti nel potenziamento che potrebbe arrecarci il cyber-spazio, nelle nuove ricerche
più libere che potrebbero integrare quelle dello spazio reale. Riconosce la necessità però per i mondi virtuali di estroflettersi nel mondo reale per non degradare in una forma di solipsismo alienante.
Architetto, musicista, artista digitale, padre della “Transarchitettura”, dell’“Architettura Liquida”, dell’ “Archi-music”, profondo conoscitore delle scienze esatte N. utilizza algoritmi matematici per costruire spazi ibridi intelligenti e realizzare una architettura in grado di fondere i due mondi: reale e virtuale.
E’infatti contro l’opposizione fisico-virtuale e nel suo scritto’ Babele 2000’ propone un continuum che conduca ad una architettura che sia risultato di interazione di forze invisibili, che partendo dalla progettazione nel virtuale, possa emergere nel reale con caratteristiche innovative.
Si dichiara in più per la progettazione dell’alieno, non intendendo con ciò semplici edifici e oggetti, ma addirittura particelle costituenti, non un bit o un atomo ma un allo-atomo, nuove particelle elementari in grado di superare ogni logica oppositoria di reale-virtuale. Secondo Novak quello che
ci aspetta è un universo totalmente nuovo: un allouniverso, ventre fecondo di ancora nuovi infiniti allomondi.
Anche Tony Ousler (New York 1957) ricorre ad internet e al mondo virtuale ma per cercare entro di noi quel buio invisibile in cui si perde la nostra identità, troppo spesso senza nostra coscienza oppressa e manipolata da meccanismi di condizionamento, fra i primi la televisione, che ci riducono spesso a immagine e somiglianza di ciò che guardiamo.
La sua opera è infatti una dura critica a tutte quelle forme di persuasione, occulte ed esplicite, che mirano al controllo delle menti.
TONY OUSLER è l’ideatore della video-cultura. I suoi video cessano di essere appoggiati a spazi uniformi per divenire colore luce suono espressione di sculture che assumono movimento e vita spesso sconvolgente. Opere multimediali in cui si sovrappongono scultura, design, installazione e performance. La sua fantasia, nutrita di una eccezionale cultura informatica evoca in noi forme allucinanti, traendone il sacro e il demoniaco.
Opere sconvolgenti come la serie Taking Heads, poi evoluta nella seieEyes, teste parlanti in una dimensione virtuale nella quale si confondono i confini tra realtà e finzione. Un occhio ti segue, ti sconvolge, ti costringe a fissarlo e ti accorgi che in realtà sei tu che guardi dentro di te, costretto a fissare l’abisso che è tuo, ma nello stesso tempo ti avverte che è illusione, un trucco tecnico, e che tutto attorno a te nella vita vera è truccato: e tu sei sospeso su un reale che si specchia in un virtuale per riconoscersi nell’errore e scuotersi dal falso che ti domina. Che cosa è più falso?
Quell’occhio apparentemente malefico o la dolcezza della poltrona in cui rimani passivamente ad assorbire i condizionamenti degli altri? Vuoi rimanere nella certezza della tua sedia ferma, ma sei certo poi che non sarà la tua sedia a muoversi e a scrollarsi del tuo peso?
Più leggera vola la fantasia nell’opera di Ernesto NETO ( Rio de Janeiro 1964), Lo spazio si fa morbido, accogliente, tende a una fusione olistica in cui l’uomo abbandoni la propria carne nel ventre materno di uno spazio che si è fatto natura germinante. Una natura nascosta ma ancora ricreabile con le nostre invenzioni, in cui la fantasia reincanta e ricostruisce in un gioco sensuale ma anche mistico l’armonia perduta
Rinnovando completamente il concetto di scultura e architettura Neto, accreditato da notevoli studi sulla statica e sulla resistenza, crea enormi installazioni attraversabili e malleabili, realizzate in lycra e imbottite di materiale fluido e organico( pepe cannella………………), emananti spesso profumi eccitanti colori e suoni avvolgenti in una danza di forme biomorfe.
Il vuoto che ci circonda, l’invisibile sconosciuto che ci inquieta sembra pacificarsi nella promessa, in questa esperienza percettiva totale, di una fratellanza olistica, che ci integri felicemente in un tutto che aiuti l’uomo a superare ciò che maggiormente l’opprime: la paura dell’ignoto, specie di quell’invisibile che c’è in ogni uomo e ce lo fa straniero se non nemico. Un muro che può invece cadere qualora si accolga il diverso in uno scambio, e il limite venga via via allontanato.

Il mondo di Escher ed Garzanti 1978 Italia
Andrea Balzala Paolo Rosa-L’Arte fuori di sé Feltrinelli Milano 2011

SULLE TRACCE DELL’INVISIBILE II PARTE – TONY CRAGG
Trovare dignità nella ricerca sull’ignoto che ci circonda, servirsi dell’arte come strumento di indagine che abbia la forza della scienza e in più la potenza intuitiva e persuasiva della fantasia, perché il mondo non è come appare: così in Escher, Ousler, Novak e Neto.
E così inTony Cragg.
Anche per lui la mappa universale di Max Planck è insufficiente, e le informazioni che negli ultimi anni hanno giocato un ruolo sempre più importante nello screditare i miti delle nostre certezze ampliano forse all’infinito l‘invisibile che si cela sotto ciò che percepiamo.
Afferma Tony Cragg nel 1986:”… .Esiste un mondo ( o dei mondi) enorme e ed emozionante oltre i limiti dei miei sensi, con panorami e paesaggi spettacolari stimolanti per la fantasia quanto la superficie che posso vedere.. ..Non è più possibile avere a che fare con l’uno senza che entri in gioco anche l’altro: ogni superficie è un portale che conduce in un mondo nascosto”( * ) ……
Tony Cragg (Liverpool 1949) è uno degli scultori più importanti e prolifici della nostra epoca, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Düsseldorf, nel 2007 ha ricevuto il Praemium Imperiale per la scultura. Il Museum Küppersmühle di Duisburg sta attualmente ospitando un’ampia retrospettiva della sua opera e le sue sculture sono in mostra al Louvre di Parigi.
Gli studi che ha compiuto e la pratica da giovane in laboratorio esercitata particolarmente sulle potenzialità delle materie legate alla gomma, l’uso, mentre studiava arte, del disegno gli danno una profonda preparazione scientifica e stimolano degli interessi che lo portano a dedicarsi completamente all’arte. Si dichiara decisamente laico, ma il suo materialismo presenta un aspetto metafisico nel momento in cui carica la scienza della responsabilità di una indagine non solo visiva ma che contribuisca alla comprensione del mondo.
“…..ho sempre considerato la ricerca in qualsiasi campo, questo non accontentarsi dell’apparenza ma cercare qualcosa che sfugge sempre, e ci è più caro e affascinante perché sappiamo che sempre troveremo spostato il limite dell’incomprensibile più in là, una imprescindibile esigenza d’altro”, E’ il fascino della ricerca, un fascino che consiste proprio in questa fuga in avanti, coscienti che, pur con tutta la nostra scienza e fantasia, non esauriremo mai l’ansia di vedere ‘oltre’, né, d’altronde, vorremmo mai giungerne al confine..
”La nostra dignità, la nostra fede di uomini sta in questa tensione, in questo gesto di scoprire lasciando sempre altro che sfugga…..”
Profondamente interessato alla struttura chimica e alla storia della materia che costituisce la natura, Cragg l’analizza come artista sotto i più vari aspetti, come se solo andando al suo cuore chimico e alla sua storia potesse stabilire l’uso e la forma da trarne.
Composizione chimica, massa peso densità durezza porosità colore, tutto ciò che può renderla nella sua complessità, aiuta l’indagine nel tentativo di andare verso l’essenza, che è anche la nostra di uomini, fine che non sarà mai raggiunto: l’infinito è entro la cosa come entro lo spazio.
Spazio e materia, in perenne provvisoria simbiosi, evolvono sotto l’occhio dell’artista che non rinuncia a servirsi della forza espressiva della fantasia nel formulare immagini-metafore che diano alle formule scientifiche una suggestione poetica:
“Alla scienza mancano delle immagini visivamente comprensibili—dice infatti, in questo in sintonia con Escher, che, pur ispirandosi spesso alla scienza, trovava troppo astratti atomi e formule, privi di ‘sensualità ed erotismo’. Espressioni che rivelano una visione più poetica che scientifica, o meglio una visione olistica, in cui materia e umanità si integrano in tutt’uno, in un evolvere decadere mutare sempre rimosso dal nuovo limite della conoscenza.
Il suo interesse è rivolto dapprima alle trasformazioni subite dai materiali connessi alla nostra vita: detriti urbani, materiali che partendo dalla loro origine naturale hanno vissuto le trasformazioni della tecnica ad uso utilitaristico dell’uomo, ritornati a noi degradati, possono ritrovare una nuova genuinità nel nostro rispetto.
A Lucca (“it is, it isnt”-giugno–ottobre 2011) l’artista spiega che l’elemento fondante della mostra è rivelare la poesia nascosta nelle sue opere, allorché la materia viene liberata dall’abuso dissacrante dell’utilitarismo economico.
Dalle ricchissime raccolte di rifiuti frammentari organici e anche geologici escono opere prevalentemente a due dimensioni, fra collage e scultura, in cui il colore imperante le accosta alla pittura. (es.:Policemen, Green, Yellow…) .
C. negli anni ottanta passa dalla disposizione orizzontale dei collages a una sovrapposizione verticale di materiali, un accumulo prevalentemente a strati (es.:Minster) e via via a forme sempre più varie usando fra l’altro plastica legno, ferro, bronzo e fibra di vetro. Il suo operare sui materiali riflette una insaziabile fantasia quasi in competizione con la natura, anche quando tratta le superfici: ora le leviga lasciandole carezzare dolcemente dalla luce in sinuose curve di carnosa sensualità, ora le tormenta inasprendole con chiodi o punte spinose, o traforandole per alleggerirne il peso e modificarne l’impatto con l’atmosfera. Non è la naturalità che cerca, la sua arte non intende imitare la natura, pare invece che voglia anticiparne le possibili evoluzioni, o meglio le tante vie che entrano nella sua potenzialità.
Nel 1985 infatti Cragg afferma di interessarsi alla creazione di oggetti ed immagini che non esistono nel mondo naturale o funzionale “ma che possono riflettere e trasmettere informazioni e sensazioni sul mondo e sulla sua stessa esistenza”. Così lo spazio si anima di creazioni che, pur derivate da forme anche familiari, assumono fisionomie assolutamente inedite che indicano campi inesplorati.
Un percorso pieno di dicotimie, il suo: prima fra tutte quella fra fantasia e scienza, armonizzata volta per volta. Altra, fra generale e particolare, e qui è proprio la frantumazione che permette una aggregazione più consapevole. Ancora: fra tradizionale e contemporaneo, e l‘artista supera l’antitesi accogliendo il travaglio passato come parte necessaria, integrata all’attualità. Così la divergenza duraturo-transitorio si risolve segnalando l’impermanenza del presente senza distruggerne la memoria.
Sono proprio queste tensioni a dare tanta vitalità all’operare di Cragg, sono loro a creare lo scatto che muove dalla stasi all’apertura per nuove trasformazioni, assumendo il ritmo del tempo e quindi del movimento.
Una idea viene verificata in una miriade di variante per esaurirne tutti i possibili aspetti. Limitarsi a una singola prova ridurrebbe l’idea a un gesto e il gesto si esaurisce subito nella stasi senza richiamare il transito temporale.
Nelle Sculture Earley Forms in cui motivi geometrici si fondono con motivi organici il punto di partenza è il vaso, il contenitore, chiaro riferimento umano.
Ma la metafora è anche forma concreta di vita, non solo linguaggio allusivo, virtuale ricerca di uno sviluppo inatteso. Ritorta, stirata, rovesciata, l‘immagine percorsa nelle curve dalla luce e dal colore, incavata nel buio delle bocche, vive anche di per sé, quale carne della nostra terra, a volte capriccio giocoso a volte immagine di raggiunte armonie e raccordi ambientali.
Del 1995 sono la serie Rational Beings di aspetto più organico ma accordate ad un elemento geometrico rigido, sculture realizzate partendo dai contorni di un gesto umano, in fibra di carbonio su una base di elementi circolari. Alte colonne in cui nel gioco delle stratificazioni multiple si distinguono nettamente profili umani. Un antropomorfismo che ancora una volta lega l’uomo alla materia, ma nello stesso tempo sembra prospettare nuove possibili creazioni genetiche.
La rigerminazione non è mai la somma delle parti: qualcosa in più si apre al futuro, al diverso, qualcosa di più e di meno dell’estraneo: il nuovo, l’ALLO.
Il visibile è una porta sull’invisibile, e la porta è aperta anche se il custode, come quello di Kafka, non lascia passare. Cragg non accetta il divieto: ed è lo stesso contrasto, l’estremizzare ogni possibilità che dà la spinta in avanti, ed è proprio la forza intuitiva della fantasia l’aiuto maggiore là dove ancora la scienza non arriva.
Fantasia e Scienza lo vogliono a costo di farsi alieni. Del resto l’evoluzione degli uomini dalla clava ad internet non ha formata anch’essa un diverso, un allo che già cerca una nuova lingua perché quasi più non si riconosce in bene e in male?
Non siamo noi, per caso, gli alieni, i penultimi alieni, sullo spazio dell’universo conosciuto?

catalogo pag 254 ed Electa Milano 2003

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