L’inafferrabile leggerezza della realtà – Raccontare Venezia

Mi affretto al vaporetto, traboccante di idiomi e cineprese. E’ una giornata plumbea. Qua e là l’ombra ondeggiante di muri corrosi dal sale sembra sfidare sfrontatamente l’indagine dell’occhio turista e mi rammenta l’amara provocazione di Filippo Tommaso Marinetti (‘ Venezia cloaca massima del passatismo’)(*)
Mi chiedo se Venezia è questa.
Tocco la fredda pietra della spalletta di un ponte mentre l’occhio sfiora la superficie quasi opaca del canale. La materia è solida e si oppone al mio tatto con inoppugnabile concretezza. L’immagine è la traccia di un attimo, un segno che ci porta a percorrere un intrigo di strade disseminate di sensazioni vissute e ricreate dalla fantasia.
Sì, il primo incontro col suo stupore è un segno incisivo, ma non è mai ‘nudo’, primario, poiché viziato in qualche modo anch’esso da umore e cultura precedente: il conoscimento è sempre anche riconoscimento.
Il vedere e il toccare prendono senso infatti dalla ritenzione di momenti precedenti sedimentati nella memoria e ampliati dalla rielaborazione della mente. Sono tracce di estensione, di temporalità, come dice Maurizio Ferraris (**), ‘che la materia ripete inconsciamente, per cui l’immagine diviene un promemoria’, e questa pietra del selciato che ora calpesto mi riporta a scene vissute che ricompongono il presente in una dimensione risonante di echi.
L’oggetto nella sua purezza e nudità è inafferrabile, e poiché la visione si moltiplica in diversificazioni soggettive, l’opera non sarà mai un apparire unico universalmente incorrotto nei suoi segni, ma singolarmente variabile ad ogni percezione.
Le infinite variabilità della “cosa” ( e la cosa è il mondo).
La realtà esiste quando e come è percepita dal singolo, dai suoi sensi, dalla sua memoria.
Dobbiamo riconoscere che viviamo sovrapposizioni continue di rappresentazioni idealizzate come realtà oggettive, mentre quello che appare lucido realismo travalica ogni percezione reale dell’occhio umano.
Tema fondamentale dei nostri giorni è proprio l’inafferrabilità del reale, della ‘cosa’, entro la cui essenza non potremo mai entrare. Ne cogliamo il mutare continuo, o meglio cogliamo il mutare, l’evolversi delle nostre sensazioni che arricchiscono o degradano in percezioni che sembrano solidificarsi in modo da illuderci sulla loro concretezza. Ma non potremo mai soddisfare il nostro grande bisogno di sapere cosa c’è dietro, non ci volteremo mai abbastanza in fretta da cogliere la ‘verità’, forse quel nulla che intuisce Montale in ‘ Forse un mattino andando…’(***)
Così ora so bene che Venezia non è lo squallore dei canali sporchi come non è solo l’oro dei suoi palazzi, e la gloriosa avventura dei suoi mercanti, e neppure l’incanto e la magia del baluginare di riflessi fra l’essere e il non essere della città, ma è ciò che la nostra immaginazione ha costruito dentro di noi storia su storia, fiaba su fiaba, percezioni dirette o indirette che ora si congiungono a completare la visione di oggi. L’immagine rimarrà sempre distinta dall’essenza della cosa: la realtà è intangibile.
Il cielo si è schiarito.
L’aria avvolge e stempera le forme rendendole tutte irreali, invasioni sorgenti dal riflesso dell’acqua sempre mossa, frastagliate dall’inversione del sopra-sotto, dal divergere degli orizzonti.
Man mano che la luce fende la nebbia un pulviscolo dorato dilaga sulle onde fra le placche di intonaco stinto sconvolgendo i confini. Non c’è più un limite. Linee estenuate partono dal canale ergendosi ora in ogive ed archi, ora in mosaici di mercanti venuti dall’oriente ad evocare remoti viaggi come remote rimangono ora queste ricche muraglie nate quasi mille leghe sotto mari sconosciuti.
Difficile presentare Venezia in questa sua fluttuabilità di spazio e tempo. La discrepanza fra una realtà storica ferma e solidificata e la variabilità della vita che la deforma e la porta quasi all’incertezza dell’essere, è profondamente sentita nella ricerca di Andrea Aquilanti.
Andrea Aquilanti è nato a Roma ma porta a Venezia una sensibilità volta a cogliere il senso delle cose al di sotto delle apparenze anche più sfolgoranti.
La mostra da lui tenuta nel 2008 alla Galleria Traghetto è una installazione che rappresenta, in un grande disegno a matita, l’isola della Giudecca vista dalle Zattere. Il luogo chiuso della presentazione sembra voler recepire un mondo che non valica i limiti dell’apparenza, ma nello stesso tempo li nega. Il disegno della sala principale continua in una parete su una tela con un video che riprende lo stesso paesaggio. Un doppio fondale in cui quello mosso ripete quello fermo, così come il tempo riprende dal passato a correre e non possiamo pensare che mai ciò che è fisso sia fisso per sempre.
La luce naturale che penetra nelle strette sale sfiorando le pareti e i disegni allungandosi nelle ombre reca con sé rumori e suoni della vita che scorre fuori.
Il tema dominante in Aquilanti è il rapporto tra realtà tempo e memoria, la difficoltà di rappresentare lo scarto fra la staticità del fatto accaduto e il procedere del quotidiano. Usando vari mezzi espressivi, dal video alla fotografia, dal disegno alla pittura, cerca un linguaggio che gli permetta di superare l’indicibilità del reale attraverso un teatro di immaginazione che coinvolga anche lo spettatore, chiamato a entrare nel racconto dalle varie sollecitazioni dei propri sensi.
La stessa multimedialità sottolinea l’incrocio delle apparenze, l’incongruo di fermo e mosso, solidità fermezza segnata dalla storia, e movimento. Una fluttuazione che si ripercuote nel fremito del canale che accoglie la storia di millenni, frantumandola sulle onde dove qualche gondola scivola leggera.
Su altre pareti disegni a matita di colore molto delicato, come se l’artista non volesse incidere sulla realtà più di tanto, e sulle immagini segnate dalla fermezza della storia le video-proiezioni scorrono con eventi banali quotidiani a indicare che quella staticità è una pausa, perché la storia che vi si incide istante per istante è in quel quotidiano fatto dello scivolare delle gondole, della gente che passa, del volo di colombe che ribadisce il tono della leggerezza. Il tracciato è lieve, tutto ciò che ci riporta l’autore sui muri della stanza sono brani di racconti che si spezzano e riprendono, tracce che si oppongono e si richiamano con lievi bisbigli.
Un mondo che va cercato qua e là senza mai fissarsi in un’unica immagine o un’ unica prospettiva, poiché ora la mossa della gondola ora il volo degli uccelli ci avvertono che il teatro, la finzione è viva, storia raccontata e interrotta ma che riprende nel monito che ogni istante è parte di un tutto, e quel tutto che percepiamo nello spazio umano è formato da attimi di tempo.
Passano e passano immagini, così passa la vita e si fa storia su quei muri sbiaditi. Ma la storia incombe anche con elementi minacciosi, come la grande nave che a un certo punto invade la scena, misteriosa e opprimente nel contrasto con la fragilità di una città che è sempre a rischio di
scomparire.
La fusione fra la finzione scenica e la realtà esterna permette ad Aquilanti una vera ‘presentazione’: una contemporaneità dove la visione, qui di Venezia, fingendosi a tracce spezzate di tempo e di spazio passato non sfugge al presente.

(*) Filippo Tommaso Marinetti “Manifesto Futurista” 8 luglio 1910
(**)Maurizio Ferraris- L’Immaginazione- pag 135 ed. Il Mulino Bologna 2001
(***) Eugenio Montale –‘Forse un mattino andando…’- da Ossi di Seppia

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