L’ombra della nostra assenza di Luciana Ricci Aliotta da “Con-fine”

Da sigillo del peccato e conseguente necessità di difesa, l’abito è diventato estensione del nostro corpo, indice di ceto e personalità. A volte ci maschera per celare con pudore il mistero della nostra intimità o per aiutarci a dare a noi stessi la parvenza di ciò che vorremmo essere. Costrizione sociale e indice di prestigio reale o vantato. Una maschera quindi, una divisa che in qualche modo ci qualifica di fronte agli altri, o almeno lancia messaggi, spesso ambigui, per una interpretazione di chi siamo.
Maschera di libertà o divisa che dirigendo la nostra attenzione sollecita giudizi e valutazioni, l’abito ci compenetra e in qualche modo viene a far parte di noi, ci rappresenta condizionandoci perfino nel linguaggio. I vestiti parlano, indossati e vuoti. Parlano anche quando vogliono essere insignificanti, privi cioè di indicazioni, mostrine, intenzioni, come nelle foto di Marco Luzi, dove l‘artista si rappresenta con cappotti sformati, incolori, scivolanti sulle forme come ‘non vestiti’: nessun distintivo o piega o risvolto qualificante. Ma anche questa copertura parla, espone il suo voler sottrarsi allo sguardo indagatore degli altri con un’altra nudità: la nudità del vestito, perché facendo scomparire il corpo in realtà espone se stesso nelle sue intenzioni di unico interprete del non voler essere della persona che lo indossa. Diviene il negativo, l’ombra della nostra assenza, ciò che non siamo senza saper divenire altro.
Ma noi, in genere, come ci poniamo nei confronti dell’abito? non gli abbiamo dato anche un po’ della nostra anima imputandogli spesso le nostre disfatte e le nostre vittorie? Non l’invitiamo a farsi complice dei nostri desideri e delle nostre passioni? Alla sera l’abbiamo visto giacere svuotato ai piedi del nostro letto, reduce dalle nostre battaglie d’amore e di morte. Spoglia vuota, abbandonata, cencio che pure ha avuto un’anima, cosa rimane di quello di cui si è svuotato? Il vissuto delle sue pieghe gualcite essudanti effluvi e umori indica pure qualcosa. Hanno un senso questi segni, sono ancora linguaggio se pure misterioso. Quante volte un bambino, aperto un armadio, ha aspirato incantato il profumo svaporato e teneramente appassito che emanava dalle grucce su cui come fantasmi afflosciati e spenti pendevano gli abiti smessi e a volte dimenticati della madre. E ha provato il desiderio di indossarli, carpendo così un poco della sua anima. E la magia dei cassetti, misteriosamente proibiti, dove poter affondare le mani fra pizzi fazzoletti e indumenti intimi, ancor più misteriosi e sconosciuti, quasi volutamente sottratti a chi vuole la confidenza della tua carne per intero! Vitalità dell’abito nudo: svuotato del suo contenuto muore come mezzo oggettivo per divenire memoria, di per sé linguaggio ricco di simboli. Materia da rianimare carpendone i segreti e trasformandoli ad arte come fa Manuela Nicosia nelle sue composizioni eterogenee in cui non esita a trasferire pizzi stracciati da abiti di nozze, frammenti di fotografie familiari, lembi di biancheria personale: per non perdere nulla del suo mondo.
Non solo memoria, veramente, l’abito smesso, ma opera capace di rivendicare con forza una sua vitalità nell’arte, presenza attiva anche nelle lotte sociali femminili. Vestito di donna è una installazione tenutasi presso la fondazione Il Campo dell’Arte a Grottaferrata ( giugno 2008), dove 160 donne guidate dall’artista Francesco Pernice e dalla psicoterapeuta Angela Casaregola hanno offerto, ognuna con un lembo di stoffa, il proprio pezzo di storia da cucire per un vestito alto cinque metri e largo otto. Un grande spazio di costruzione corale, manifesto per il riconoscimento dei diritti sociali e politici della donna.
Memoria e anche creazione, creazione magica come quelle di Enrica Borghi. Creature luminose sfuggite al fine per cui normalmente sono destinate, i suoi abiti, nati da un incoercibile impulso di gioiosa rivendicazione della libertà di creare e da un impegno e una pazienza infinita che, in invenzioni e trasmutazioni continue che ci portano a rivedere gli aspetti più precari e vacui della nostra vita, testimoniano la serietà e la consapevolezza di un agire teso anche a far riflettere sul ruolo della donna nella società. Il tocco magico dell’artista ha il potere di trasformare tutto ciò che il nostro mondo consumistico scarta, getta, cestina (bottiglie di plastica, carte di cioccolatini, tappi, gocce di vetro colorato ecc) riportandolo a una sfera di valori dove il falso diviene vero alla luce dell’arte e il vero perde di preziosità senza il tocco inventivo. Con abiti argentei e corone di diamanti (meravigliose imitazioni di plastica e carta stagnola) ritroviamo le principesse e le fate delle nostre fiabe infantili. Come la stupenda Regina presentata al Mart da Lea Vergine nel 1999, con tutto lo sfarzo di un abito delle mille e una notte, della cui preziosità nessuno osa dubitare. Ci ricordiamo allora come proprio dallo stupore del meraviglioso emerga per la prima volta nell’infanzia il germe e la coscienza dell’arte con la capacità di creare quasi dal nulla.
Nascono così abiti sfarzosi realizzati con fogli di plastica lavorati a uncinetto, tappeti come raffinati pizzi di tappi di bottiglie, palle di neve bianche e blu che illuminano le vie a Natale. E la trama di una intera città ideale, Patchwork City IV 2007 (forse Leonia di Calvino), in cui la mente tesse invenzioni su invenzioni con la lucidità di un architetto e la fantasia di una raffinata affabulatrice.
L’abito ha assunto un’anima propria in assenza del corpo, un’anima che cogliendo la donna proprio nel tradizionale ambito domestico del taglia e cuci, la porta a rivendicare “un’esistenza ribelle all’utilizzazione e ai condizionamenti del bisogno”(*) cioè nella sfera dell’arte inducendo con intelligente ironia al dubbio fra vero e falso. Una ironia mai fredda e dolorosamente scoperta, perché racchiusa nella gioia dell’invenzione del racconto. La grande tela di Penelope, l’inganno a cui ha dovuto sempre assoggettarsi la donna per conservare in silenzio una propria integrità, è divenuta una trama lucente che illude i nostri occhi rivelandoci prezioso ciò che abbiamo rigettato come rifiuto. Ingannevole la tela di Penelope nella sua oggettività, ingannevoli le gioie preziose di R.B. proprio perché nella materia infima di cui sono composte ci impongono di rivedere il concetto di arte e bellezza, di percepire che il vero sta nel valore, e il valore non nell’oro di Mida, ma nelle mani e nella mente capaci di inventare e intrecciare sogni in un gioco che ci riporta sì alle meraviglie e agli stupori dell’infanzia, ma con la consapevolezza che si agisce sulla realtà rivendicando il diritto di modificarla.“L’unico limite dell’artista- dice Enrica Borghi- è la sua capacità di pensiero: se riesci a immaginare un sogno puoi realizzarlo. La difficoltà è quella di raccontare i sogni trasformandoli ogni volta in una storia nuova”. L’immagine che forse meglio può rappresentare iconograficamente l’opera di E.B. è la sua Fata Morgana, dove la seduzione femminile ha assunta tale sfuggente evanescenza da trascinarci dietro il suo lucente mantello di plastica blu, presi per incantamento, senza neppure accorgerci che dentro quell’abito fiabesco la realtà, il corpo, è svanito del tutto, lasciando intatto in noi il sogno e il mistero della bellezza.

Luciana Ricci Aliotta

(*) Pietro Gagliano: Con l’abito-intorno all’abito. Ed. Pendragon Bologna 2005.

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