Tempo e Attimo

 

In realtà l‘attimo, come il punto matematico, non ha né tempo né spazio. Ma concettualmente esiste, reale nella nostra percezione come tante altre illusioni.

E’ l’unica frazione temporale che si vive, ma è subito passato, dietro di noi.

Potremmo dire che è subito memoria.

Forse che la memoria non si vive? Sì, ma diversamente. Noi siamo memoria, la cancellassimo saremmo vasi vuoti barcollanti senza neppure la capacità di stare in piedi. Memoria labile, sempre in deformazione, ma sempre più vasta invecchiando. E come la viviamo? Non come l’attimo: per quanto quella che più ci preme, ci angoscia, sia fortemente presente, ci giunge sempre ritardata meditata ripensata e anche, senza volere, modificata da tutte le sensazioni che le si aggiungono attraverso le nostre esperienze passate.

Viviamo il passato o il presente?

Indubbiamente viviamo del passato, ma attimo per attimo il presente. E l’attimo ha una pregnanza, una capacità di ferirci immediata che ci dà veramente la prova del vivere, dell’esserci. Anche se ragionandoci sopra potremmo dubitare pure della sua esistenza dato che, se volessimo suddividerlo parcellizzandolo si andrebbe avanti all’infinito.

Ma alla mente umana occorre tempo per registrare anche una sensazione come l’esserci, la gioia, la paura e per definire ogni percezione, per cui è proprio la nostra lentezza mentale che ci permette o ci impone di considerare il tempo non nel suo percorso regolare continuo (analogicamente ?), ma a frammenti, per cui un attimo assume valori diversi di durata a seconda della forza dell’esperienza da registrare.

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Bisbigli della mente

Bisbigli della mente

Ciò che vediamo direttamente è sempre un lembo di ciò che è; solo dentro di noi assume forma completa, definita, corrispondente a qualcosa o qualcuno che conosciamo o che crediamo di conoscere. A volte basta una piccola traccia, anche su un foglio, un segno indicatore, e la nostra mente se ne impadronisce fornendole tutto ciò che manca per riportarla al mondo conosciuto

Basta un tocco di caricatura, un cenno familiare ed ecco davanti ai nostri occhi un quadro completo.

Viviamo quindi in un mondo che ci appare sufficientemente noto, e se sbagliamo in una identificazione ci sentiamo traditi.

Nello stesso tempo siamo spinti a tracciare e seguire silenziosamente altre indicazioni meno lapalissiane, più sconcertanti, meno riconoscibili che rispondono a richiami nascosti.

Neppure passeggiando o discutendo con amici di interessi comuni più o meno importanti, la nostra mente cessa di dividersi segretamente seguendo altre vie a frammenti, a scintille di immagini richiamate da qualcosa di esterno o sorte come dal nulla entro di noi.

Accanto al nostro mondo spezzoni di mondi diversi, più consoni ai nostri desideri, o a volte anche assurdi, ma confinanti ad aspirazioni che non possiamo sconfiggere solo tacendole.

Il nostro mondo concreto (almeno in apparenza) rimane un disegno rozzo insufficiente senza tutto ciò che si nasconde dietro, ciò che non ci vuole mostrare. Lo vogliamo famigliare ma nello stesso tempo ne scrutiamo l’oscurità perché sappiamo che il più si nasconde. Dove?

La nostra mente anche quando si vive e si cammina portando a termine progetti azioni premeditate, senza accorgersene continua ad elaborare sostituzioni, miraggi, vie traverse per attimi o minuti prolungati che intercettano il corso normale dei pensieri, e ci collegano a un mondo parallelo dove si intrecciano immagini sentimenti musica e passioni del tutto avulsi dal mondo normale e forse anche da ogni logica.

Alcuni possono sopravvivere e li ritroveremo magari ampliandoli; altri, i più, con un gioco di luci e suoni incompleti scompaiono o si smorzano per scomparire del tutto.

Un gioco continuo di scintille, nella nostra mente, di cui non sempre ci accorgiamo.

A volte se siamo soli ne scrutiamo il silenzio. Quello che crediamo silenzio, perché ci accorgiamo subito del sottofondo, un mormorio continuo, un indecifrabile scorrere di suoni a immagini sfrangiate che ci impedisce di cogliere il ‘nulla’,

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La ricerca infinita

LA RICERCA INFINITA.

“…..una civiltà senza possibilità di trascendenza- che Nietzsche chiama  mysterium tremendum dell’uomo, e sulla quale un Heidegger prova (con molte riserve) a riflettere-, una civiltà dove non si possa più dire come fece Wittgenstein:” Se avessi potuto, avrei dedicato le mie indagini filosofiche a Dio”, una civiltà che avesse perso queste possibilità per me sarebbe, effettivamente, in grave pericolo.” ( da intervista a  George Steiner La passione per l’assoluto- pag 97)

 

E’ chiaro che il Dio di cui si parla non è una ‘persona’, ma il senso della vita, la ricerca di un principio ordinatore dell’Universo oltre la visione fisica. La metafisica  risponde a profonde esigenze umane, indagando oltre quella realtà  che non riesce ad appagare l’uomo, costretto da ombre d’incertezza, a costruirsi delle sue personali verità.

Quando però il dubbio su queste costruzioni si dissolve, perde la libertà con cui ha affrontato i perché del vivere, e rischia di cadere nell’intolleranza, non solo negando possibile ogni altra verità, ma, in non pochi casi, considerandosi in obbligo  di imporre la propria  agli altri.

Relazionandosi  a Husserl (fenomenologia), ad  Heidegger (ontologia), a molte altre fonti filosofiche  e soprattutto al pensiero Bhuddista, il prof. Franco Bertossa costruisce un affascinate cammino di ricerca, partendo dalla domanda fondamentale che tutti ci troviamo a fare  e che in modo splendido il prof. Bertossa ha configurato  nella bella pagina postata da Emanuele  Sartori che è possibile ritrovare su facebook in cui  un bambino osservando una notte stellata, preso dallo stupore di quella bellezza chiede “perché c’è”.

Perché c’è qualcosa invece che niente.

Domanda fondamentale che prima o poi ci poniamo tutti e che ci conduce alla certezza dell’esistenza di chi dubita  o si interroga ( memoria cartesiana).

Si è di fronte allo stupore di un ente che è totale alterità rispetto al niente. Un ente la cui essenza  non dipende da nulla ed è pura certezza d’essere.

Tutto quello che viene pensato fatto sognato è entro questa totalità dell’essere. Non c’è alcun ponte fra l’essere e il niente, l’essere  e altro, perché altro non c’è: nel momento in cui  credo esistente  ‘altro’, un niente, questo pensiero della mia mente rientra nel Tutto che  solo esiste e che non può avere contrapposizioni.

Ciò che si trova quindi in questo contenitore, non prende  ragione d’essere, destino, valore da nulla. Non ha alcun fine e nessuno, dio o caso, l’ha costruito se non nei nostri sogni.

Pura vacuità, parvenze di una realtà fantasma.

 

A questo punto vorrei porre una parentesi: potrei immaginare un’altra totalità esistente con differente logica, differente pensiero e regole, cioè un Ente tutto diverso, sconosciuto? So che nel momento che lo immagino questo Ente viene a far parte del mio pensiero,  e per questo rientrerà  nella totalità che mi comprende. Ma potrà ritenersi una prova della non esistenza di altri Enti? O di un principio regolatore esterno? No. si può dire che a queste condizioni non può interessare, non avendo alcun carattere esplicito di esistenza. Proverebbe che non potremmo mai saperne nulla, ma non la sua Inesistenza

Un’altra breve parentesi per notare che perfino la religione cattolica (ma così molte altre) tende oggi a considerare Dio  entro l’Universo stesso, e non più fuori.

Chiuse queste parentesi ritorno al punto sospeso.

Cosa sono io, cos’è ciò che è?

“…l’essere non può avere una ragione né una derivazione ma è assolutamente e assurdamente esistente….”(Franco Bertossa)

La consapevolezza di essere invece di niente, diviene l’essenza più profonda della coscienza. Non coscienza di qualcosa, ma coscienza di sé, del proprio esistere.. ‘esserci’. Ognuno di noi è.

Essente invece che niente. Unica certezza che sfugge alla vacuità.

Una stranezza che ci butta nell’assurdo, nella sofferenza, nell’angoscia.

La bruciante consapevolezza  della vacuità dell’essere, delle sofferenze  delle  esperienze,  di tutto ciò che è contenuto nella vita dovrebbe  f porre fine alla sofferenza.

Ciò che ci colpisce  maggiormente scrive Bertossa è  il soffrire di soffrire, la impossibilità della compiutezza  del ciclo della vita che rimane sospeso, il Buddhismo non riguarda tanto la cessazione dell’esistenza, quanto il nostro rapporto illusorio con essa.

Per questo in Oriente “….si dice che è per questo che ri-nasciamo e ri-moriamo, che ci riaffacciamo in un ciclo che si reitera da sé”

Non escludo che ci siano persone che giungano attraverso difficili percorsi di ascetismo  a uno stato di quiete illuminata capace di convertire il disagio in un senso di placata compiutezza che non ha più bisogno di domande e risposte.

Ma l’uomo comune è in cerca di una giustificazione, carnale e spirituale insieme, più razionale.

Sì la vacuità, il mistero  del perché di questo esserci non può essere risolto.

Ma la vita si sperimenta inevitabilmente e già dalle prime domande del bambino ciò che chiede l’uomo, che ogni creatura esperisce è il desiderio. Difficilmente la coscienza della vacuità lo spegne.

Spontaneo il desiderio dà consistenza e valore alla vacuità delle illusioni.

L’angoscia, le domande inevase aumentano sofferenza e insoddisfazione, ma l’impulso a cercare , e sperimentare sul vivo della carne credo sia più forte, e sia sentito come valore della vita malgrado tutto. Quale la verità? Anche accertata, la vacuità aumenta la pena ma non sconfigge quasi mai l’impulso della vita che è ‘desiderio. Desiderio a cui ognuno di noi  di volta in volta dà un nome o un volto diverso. Desiderio di dare un senso al vuoto della vita col proprio operare, col proprio fare. Cosicché l’inutilità dell’essere prenda valore dalla nostra volontà di costruirci un destino, pesante e assurdo come sarà ma qualificante almeno per la creatura strana, assurda, che pare si trovi ‘lì’, in quell’unico posto esistente per nulla.  Svuotare quel senso del nulla con un agire mentale e pratico di cui si assume la responsabilità,  forse come unico giudice. La stranezza, il vuoto perderà parte della sua assurdità se l’uomo riuscirà  a costruirsi lui dei valori a cui dar credito per vantaggio di tutte le creature , animate e no, che popolano via via questo luogo di smarrimento che è l’esserci.

. Ma il senso dato dall’uomo normale non sarà mai di compiutezza, e sempre sentirà pesare questa ricerca sulle sue spalle. E l’eroismo della accettazione cosciente sarà l’unico trionfo di cui potrà vantarsi.

 

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MAURITS  CORNELIS ESCHER

Da un mio articolo stampato sulla Rivista dArte con-fine.

………… il progresso della tecnologia e l’informatica oltre che espandere la nostra possibilità di azione nella società offrono  alternative di fuga dal reale con la complicità spesso di una fantasia che si consolida sulle basi della scienza.

Così molte opere di  MAURITS CORNELIS ESCHER (Olanda  1898-1972), incisioni soprattutto, sono legate ad elaborazioni ispirate dai suoi contatti con le scienze, specie con la cristallografia e l’ottica, e di rimando molti scienziati si sono serviti delle sue immagini per presentare teorie scientifiche e renderle accessibili attraverso una raffigurazione visiva sufficientemente intuitiva.

Pur esprimendo più volte la convinzione  che tutto ciò che vediamo è illusione, Escher, infatti, non accetta il disordine nelle sue costruzioni che seguono sempre regole logiche, traendole spesso da quelle scienze che, di per sé, giudica troppo astratte e prive della piacevole sensualità della vita. Nelle complesse immagini labirintiche delle litografie abborda temi della fisica giocando soprattutto sulle illusioni ottiche. Una ricerca che lo porta più volte a scontrarsi col ‘limite’, spesso il cerchio, che raccoglie le sue enigmatiche scenografie. Un limite che sporge sul vuoto, sul nulla che forse è l’infinito.

La sua opera –Limite del cerchio III- diviene l’unica paradossale metafora possibile di ciò che sfugge al nostro sguardo: l’invisibile. Si tratta di una serie di cerchi concentrici di figure che man mano che si allontanano dal punto centrale rimpiccioliscono mentalmente fino all’invisibilità. Un ridimensionamento continuo che porterà alla coincidenza invisibile–infinito,

Metafora virtuale, mappa come le tante altre fra cui viviamo. La realtà virtuale, infatti, ci ha sempre accompagnato nella nostra vita. Sappiamo che la mappa non è il territorio, e possiamo anche dire che il nome è la prima forma virtuale che sostituisce la cosa, e sempre ci siamo serviti di metafore sostitutive di realtà concrete, ma con l’informatica e l’uso di internet si può arrivare a una vera sostituzione alternativa alla vita. Così è il fascino ambiguo di Second Life, che ha ideato sulla rete un vero mondo in cui ogni utente può lanciare un proprio doppio (avatar) secondo le proprie preferenze e muoversi liberamente nel cyber-spazio.

 

 

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L’arte questa sconosciuta

L’ARTE  QUESTA SCONOSCIUTA

A volte è un punto sospeso su un piano bianco che lo ingloba come unica cosa esistente; a volte un drammatico incontro di onde sonore e macchie discordanti. Ma può essere un ritratto di uomo o un lembo di natura, una rievocazione storica, gli effetti dipinti di un’onda sonora, o un quadro vivente, e tanto ancora. E non potrebbe essere pure una equazione? Un dispositivo che riassuma con perfetta qualità matematica fenomeni del nostro Universo?

O il processo stesso di una creazione che non vuole chiusura.

Tu lo sai quando qualcosa si muove dentro di te: senza capire subito, avverti una pressione al petto: un dito che te lo tocca lievemente e a volte lo fa spasimare. Ti manca l’aria e devi respirare profondamente alla ricerca della connessione con l’opera che ti ha colpito con la sua improvvisa presenza.

Può essere anche lo sviluppo di affreschi remoti che ti impongono un lungo cammino per inserirti  in loro, prima cogliendo l’umano complesso senso delle immagini, quindi i preziosi dettagli con l’ansia che ti sfugga l’apertura di quel nuovo discorso (perché il discorso in quel momento è nuovo anche se antico).

Qualcosa tu lo rifiuti, perché non ti suggerisce nulla, (magari puoi ritrovarne una voce  migliore ritornandoci sopra in seguito). Ma spesso lo rifiuti come una lingua straniera che non conosci e che non ti incuriosisce  al punto da studiarla, o perché ti offende come concetto o forma.

Ma perché opere così diverse, connesse a diverse filosofie, possono condurti ad eguali emozioni? Risvegliare in te consensi che non credevi possibili?

Diverse le opere diverse le emozioni, ma sempre qualcosa, una parola che era mancante, di colpo per un’ analogia segreta della tua mente  ti apre nuove porte.

Opere semplici di forma o complesse ci parlano in tante lingue o al cuore, con le sue emozioni, o alla mente. Perché anche la mente oltre che di logica vive di emozioni.

Senza entrare nella qualità degli autori (diversissimi per qualità e profondità) non è la stagione della loro composizione che può trovare il nostro consenso, quanto l’interpretazione della nostra lettura, la profonda attenzione che dobbiamo applicare per cogliere tutto ciò che ci è offerto. L’Arte parla infatti, e a volte violentemente, con moltissimi linguaggi non completamente condivisibili: la nostra traduzione  sarà sempre imperfetta, si tratti di artisti del passato o della nostra età. Ogni lingua appartiene a chi la usa, gli altri ne sono solo interpreti, e solo l’appartenenza alla stessa natura umana ci permette di avvicinarci ad una imprecisa comprensione.

E non è la bellezza il nesso di connessione fra tutti i modi dell’arte, ammesso si possa capire in assoluto cosa è bello, ( non dovremmo infatti dire anche della bellezza ‘questa sconosciuta’?).

Ma l’incanto che entra in noi al suo contatto, incanto che è estasi e pensiero

Si schiude una porta verso il senso della vita, Senso non inteso come linea logica, seppur questa vi sia compresa, ma come fonte da cui scaturiscono continui impulsi, percezioni illuminanti. Una sensibilità volta a percepire con la mente e coi sensi che ci rende parte dello straordinario e strano, quasi straniero moto del fantasma dell’arte. Moto perché non è mai un essere, uno stare, ma un mutare, un commuoversi che non sarà mai la soddisfazione del sapere, ma la sorpresa di sentirci di quel moto piccoli o grandi attori, sia nel fare che nel contemplare. Sarà sofferenza, perché sentire è soffrire, ma il Senso è proprio un vortice di sofferenza amara e dolce, in cui siamo coinvolti profondamente nel palpito della vita che ci condanna a capire anche la nostra morte e il dolore di tutto ciò che esiste anche se splende di luce. Il senso di cui parlo offre coscienza ai limiti delle singole identità, è una bocca spalancata che si offre inesausta non per capire tutto ma per permetterci di godere e soffrire delle vene che fanno pulsare la vita.

Luciana Ricci Aliotta- Bologna 28 febbraio 2015

 

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Limiti e verità della parola

Limiti e verità della parola

La parola ci crea ordine attorno, nomina le cose rendendocene padroni, allontana l’ombra dell’incomprensibile senza distruggerla, sforzandosi solo di tradurla in segni accettabili alla nostra esperienza.
Con la parola ricomponiamo il mondo cercando di farlo rientrare nei nostri schemi mentali, lasciando spazio a richiami che continuino a suggerire l’arcano che viviamo ma in forme più familiari.
E questo nei confronti di tutto, dagli aspetti più concreti della vita (non viviamo con sicurezza anche ciò che non abbiamo sperimentato fidandoci del racconto di altri?), ai grandi perché che ci assillano.
Nella Scienza, Tecnica, Filosofia, Religione ( e non ultima Arte) le parole si affannano in diversa maniera a costruire un quadro ordinato e accettabile della vita o per motivi logici e razionali o per aspirazioni mistiche. Salvo poi, al tremolio di alcune basi, a sostituire qualche pietra alla costruzione.
Costruiscono immagini apparentemente coerenti, che ci permettono di abbarbicarci a zattere che non ci lasciano affondare nel non senso.
Senza queste zattere costruite pazientemente ed eroicamente attraverso millenni di continue ricerche, ci guarderemmo ancora smarriti attorno senza osare calpestare la terra o guardare il cielo.
Ma la parola, il segno, o gesto o sillaba magica capace di coordinare il mondo, di darcene un senso, appartiene alla mente dell’uomo, e contiene i suoi limiti essenziali e storici.
Così questo nostro mondo in cui viviamo si ricrea di continuo in un pulsare di stelle che cambiano luce e colore ad ogni nostra nuova parola, senza mai uscire da noi.
Ogni costruzione del mondo deve avere la chiave che corrisponda alle nostre menti e che possa proporsi a noi in uno schema il più possibile duraturo .
Ma nessuna costruzione, nessuno schema logico o spirituale può essere mai conclusivo, poiché è nel segno della parola stessa il rimando a ciò che non può essere concluso: il limite del suo stesso umanesimo.
Passando dalla storia al mito la parola esce dal tempo per farsi segno che rimanda sempre ad altro, ma può mantenere la sua validità solo nel suo svuotarsi continuamente per ricaricarsi di nuovi indici e sensi legati
esclusivamente alla nostra struttura mentale

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La felicità

La felicità è di attimi: una coperta fatta dalla nonna con tanti scampoli colorati cuciti a caso. I bambini ci corrono sotto entusiasti e ognuno tira il proprio colore da una parte, ma sono troppo piccole le pezze del colore voluto e litigano tirando di qua e di là la coperta. Ogni tanto una piccola mano stringe la pezza del colore più amato e ride, ma subito uno strattone gliela  porta via,

Sono tutti lì i colori e scivolano sull’uno o sull’altro dei bambini in guerra per gioco, ma pronti a un singhiozzo leggero se escono dalla coperta. E’ un gioco, ma i fanciulli giocano seriamente: sanno che in verità lottano per la vita.

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Che dimensioni ha il buio?

Usi a misurare lo spazio ad occhio, istintivamente, senza consapevolezza, ci sembra naturale la disinvoltura con cui ci muoviamo in esso. Immediata è infatti la percezione di ‘vicino‘e ‘lontano’, e pure immediata la sensazione di fastidio o turbamento se qualcuno o qualcosa invade quella che possiamo definire la nostra sfera di intimità: uno spazio attorno a noi entro cui si esprime la nostra gestualità e che in qualche modo ci difende dall’estraneo regolando i contatti con gli altri.
Edward Hall, l’antropologo che ha coniato il termine prossemica (-La dimensione nascosta-Garden City,N.Y. Doubleday 1966), ha elaborato una teoria comunemente accettata che considera l’uomo dentro una bolla di spazio che stabilisce la sua territorialità, estendendo il proprio raggio a seconda dei rapporti amicali sociali politici e la provenienza etnica.
Ma come può percepire lo spazio, un cieco? Quali limiti può mettere alle distanze?
L’occhio vedente misura la distanza secondo la prospettiva della visione, ma al buio manca ogni regola prospettica in cui prendano senso ‘vicino’ e ‘lontano’.
La bolla vitale in cui vive Evgen Bavcar, facendo perno in lui, si estende fuori all’infinito o rimane legata alla sensibilità del suo corpo?

Evgen Bavčar è nato in Slovenia, a Lokavec, nel 1946. All’età di dodici anni, dopo due diversi incidenti, ha perduto completamente la vista.
Laureato in filosofia a Lubiana, ha ottenuto il dottorato alla Sorbona con una tesi sull’estetica di Adorno e Bloch, e ha iniziato a lavorare al Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi.
Scrittore e artista attivissimo è oggi uno dei fotografi più richiesti d’Europa.

Un uomo, B, che non intende minimamente ghettizzarsi per la sua menomazione, e difende la propria dimensione umana portando con orgoglio in mezzo agli uomini la sua diversità, con la volontà di vincerne i limiti recitando la parte di un personaggio solido e concreto, sempre visibilmente riconoscibile anche per alcuni caratteristici aspetti del vestiario: il cappello nero, la sciarpa rossa e gli occhiali trasparenti. Coerente in questo con l’arguzia e l’ironia con cui si compiace di discutere cogli amici di dipinti o dei colori dei loro abiti.
Un modo per riaffermare la propria individualità e potersi recepire anche dentro la visione degli altri. La sua propensione sociale è evidente anche nell’ interesse per i linguaggi. Parla sei lingue e muovendosi fra la Slovenia e Parigi tiene molte conferenze e seminari di carattere politico-sociale.
Esule dalla patria e dalla luce, Bavcar non si arrende: già all’inizio della cecità cerca con lo scatto di una foto di recuperare l’immagine della ragazza che ama (di qui la sciarpa rossa che porta sempre in suo ricordo). E così tenterà ostinatamente di recuperare attraverso una fotografia fortemente emozionale ed evocativa la terra e il mondo che ha perduto.
“ …Io vivo il buio come uno spazio, e in esso creo l’utopia” (dall’articolo del Corriere della sera per la sua mostra Nostalgia della luce – Palazzo Bagatti-Valsecchi- Milano 1995)
Ir.. il buio diventa lo sfondo su cui proiettare esperienze e metafore umane, una notte da sondare perchè pur sempre dal buio nasce la luce, e là si intersecano visibile e invisibile. E dall’ombra dell’invisibile, come dalle brevi folgorazioni di una memoria frammentaria ricca più di emozioni suoni odori che di ambienti concreti, B. trae le sue immagini.
‘Tutti hanno diritto all’immagine’ afferma: l’immagine è dentro di noi, è il desiderio del suo apparire, ed esiste anche nel buio della vista, così come esiste una cecità in chi vede.
Mistero per lui, questo buio che lo avvolge, e mistero per noi che ci accorgiamo dalle sue foto che la nostra chiarezza è spesso presunzione e ci nasconde l’ oscurità che celiamo dentro.
Viviamo in un mondo che ci offre immagini già confezionate, e spesso con una carica prestabilita di sensi che ci toglie la fatica dell’indagine.
La fotografia di B. è più un linguaggio concettuale, forse pittorico, che una rappresentazione del reale. Il visibile è assai limitativo, afferma, di questo non si rendono conto i vedenti, che molto spesso non colgono il non visibile delle cose alla luce del sole. Dovrebbero invece percepirne l’ambiguità, ciò che il terzo occhio, il corpo con la mente e i suoi diversi sensi, scorge in un’onda sfumata d’insieme.
L’idea parte dalla sua mente e si sviluppa sulla foto, in bianco e nero, per una successione di azioni che producono sconcertanti opere in cui la memoria il caso l’intervento di mezzi tecnici e di collaboratori contribuiscono a dare un fascino misterioso.
La sua tecnica, infatti, si avvale necessariamente non solo di moderni strumenti tecnologici come l’autofocus, luci portatili per controllare tutti i parametri visivi, ma anche dell’assistenza attenta di collaboratori che gli descrivano ciò che vedono, seguono le sue istruzioni per porre le luci e descriverne l’effetto, ed eseguono le sue indicazioni per la stampa.
Ma in modo particolare è il corpo di B. che agisce (vedi mostra al Pav:Parco d’Arte vivente di Torino del 2011: Il corpo che guarda): le braccia che si allungano a misurare le distanze verso l’oggetto fino a toccarlo, a sfiorarlo con gusto quasi sensuale di possesso. La mano infatti, compare molto frequentemente nelle sue immagini: mani come lampi di luce bianca che scolpiscono l’oggetto, spesso il corpo di una donna, (uomini no perché fanno il male: le guerre), in un tocco che ripetendosi ne percorre il corpo come una carezza, o accentuano il distacco dall’ombra quasi scolpendola. Il tatto reale o illusorio parte da una sensazione mentale e impronta la pellicola a volte come un colpo di spatola, a volte come le piume di un’ala. Piume che divengono uccelli o angeli alati trattenuti nel volo da un cancello o una barriera che imprigiona.
Odori e rumori lo aiutano a ritrovare la materia, come il campanellino che scandisce la corsa su un prato in pendio di Veronica, la sua nipotina, nel bianco di un abito mosso dal vento.
Un soffio di misticismo emana da certi paesaggi che affiorano dalle tenebre della notte nel ricordo offuscato della sua terra e quasi una preghiera è la sua mano sulla statua di una Madonna, forse ritrovata dall’infanzia.
Così nascono anche stupende scene notturne, in cui la luce a stralci ci apre una strada misteriosa fra tronchi e fronde ritagliate in una notte più fonda delle nostre, che la ragnatela dei sensi lega alla memoria.
Foto a volte mosse o sfocate, ma proprio questa rarefazione dell’immagine, il bianco sfarfallante su un fondo oscuro, quasi nero, le mani che, ripetendosi nella stessa foto, quasi uno scorrere che tocca-vede, fanno di lui un artista estremamente personale che riscatta nella creazione artistica il suo mondo perduto..
La sua mente è un continuo ricostruire attraverso il ricordo e attribuire un senso e forse una forma all’oggetto esperito durante il contatto. Una ricostruzione necessariamente fluida e sempre a rischio di dispersione in cui le distanze si annullano e tutto è di nuovo dentro di lui.
Le incisioni sulle foto, le scritte sovrapposte, i segni indecifrabili segreti, forse magici sono pure indicazioni del desiderio del possesso, del volere riportare a sé, alla sua sfera intima ciò che ritrae.
Per questo ancor più importante imprimere sulla foto il proprio marchio, un segno, un graffio, una scritta, una impronta decifrabile solo da lui che la renda incontestabilmente sua.
Opera sua, comunque originale, anche se la forma esatta gli sfuggirà sempre.
Ma è veramente la forma esatta il senso della cosa? O non il cumulo di sensazioni e idee che la volontà e il desiderio ha costruito?
Anche per noi vedenti questo spazio, ingannevolmente nostro, pieno di cose che sfuggendo ad ogni battito di ciglia si rifugiano in una visione-memoria interiore spesso manchevole e incerta è misterioso. Forse la vera bolla vitale nostra è anch’essa più dentro che fuori, più che uno spazio geometrico, un affido lacunoso alla memoria, più concettuale che reale, visto che la nostra conoscenza diretta del mondo è in fondo una serie di immagini soggettive che la nostra mente e la nostra memoria ci ripropone ad ogni risveglio.

Luciana Ricci Aliotta

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Realtà e sogno

 

 

 

Perché accettare come realtà definitiva solo una parte della nostra vita?

E’ parte della nostra vita anche il pensiero, l’illusione, il sogno, poiché cadono sotto la nostra percezione.

Io, e forse tutti, viviamo avvolti nel sogno; analizziamo i nostri pensieri anche quando stiamo camminando: squarci di marciapiedi, visi che richiamano altri visi, deformazioni di immagini  che si sovrappongono ad altre immagini, idee balorde mai evocate dalla volontà, ricordi alterati da desideri o paure. Un marasma in cui galleggia il pensiero voluto insieme al sogno desiderato.

Qual è la nostra realtà se non questo miscuglio contraddittorio su cui la coscienza cerca di galleggiare e, a volte, di affermarsi con più forza senza tuttavia mai riuscire ad essere la sola via, la sola direttiva del cervello?

Se la realtà nuda (o quello che in questo momento io credo sia la realtà) mi cadesse addosso per intero o soffocherei senza poter più respirare o più facilmente di un balzo la mia mente  cercherebbe di ucciderla per sopravvivere rivendicando  ciò che di sfuggente sembra avvinghiato alla sua apparente concretezza.

Io da che parte sto?

Decisamente dalla parte del sogno, quel sogno che colora la vita di amore e dolore e non vuole che nulla si perda nel niente . A dispetto della memoria. Perché, se pur legato alla memoria, il sogno  non dipende dalla memoria: la memoria si lega al passato ma il sogno è sempre nel presente e se rielabora il passato lo fa alterandolo per riportarlo nel presente.

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Haiku

Il mio Izu?

La stanza dove io

molto sorda

posso ascoltare le ‘voci’ su FB.

Cattiva scelta?

So che dico più cose che non dovrei dire.

ma ho almeno una eco che ‘sento’

e mi illudo di stare ‘insieme’

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